La storia civile, la storia naturale, la storia dell’arte, della letteratura, debbono essere spiegate dalla storia individuale o debbono restar parole. Nulla v’è che non abbia rapporto con noi; nulla che non ci interessi: regno, scuola, albero, cavallo; le radici di tutte le cose sono nell’uomo. È nell’anima che l’architettura esiste. Santa Croce e la Basilica di S. Pietro sono imperfette copie d’un divino modello. La cattedrale di Strasburgo è un materiale riflesso dell’anima di Erwin von Steinbach. Il vero poema è la mente del poeta; la vera nave è il costruttore della nave. Se potessimo vedere dentro ad un uomo, noi troveremmo la sufficiente ragione dell’ultima fioritura della sua opera; così ogni spina e colore della conchiglia marina preesistono nei secernenti organi del pesce. Il nocciolo dell’araldica e della cavalleria è nella cortesia. Un uomo di modi cortesi pronuncierà il vostro nome con tutto l’ornamento, che i titoli nobiliari potrebbero ad esso aggiungere.
L’esperienza quotidiana sempre conferma a noi qualche vecchia tradizione e trasmuta in fatti, parole e segni che noi abbiamo uditi e veduti senza porvi attenzione. Arreco come esempi, quelli che cadono nel campo d’osservazione di ciascun uomo, e che pur essendo fatti comuni, giovano ad illustrare grandi e cospicui fatti.
Una signora, con la quale cavalcava nella foresta, mi diceva che le selve le parevano sempre «aspettare», come se i genî che le abitano, interrompessero le loro opere, finchè il viandante fosse oltrepassato. Questo è precisamente il pensiero che la poesia ha celebrato nella danza delle Fate, le quali s’arrestano all’approssimarsi di un passo umano. L’uomo, che ha veduto la saliente luna sgusciare a mezzanotte dalle nubi, è stato presente, come un arcangelo, alla creazione della luce e del mondo. Io mi ricordo d’un giorno estivo, in cui un mio compagno mi additò una larga nube, che s’estendeva per un quarto di miglio lungo l’orizzonte, interamente a forma di cherubino, quali sono dipinti nelle chiese: una massa tonda nel centro, ch’era facile vivificare con gli occhi e la bocca, sorretta da entrambi i lati da ali tese e simmetriche. Ciò che appare una volta nell’orizzonte, può apparire sovente e quella nube fu certamente l’archetipo di quel familiare ornamento. Io ho veduto nel cielo una catena di fulmini estivi, i quali ad un tratto mi rivelarono che i greci disegnarono dal vero, quando dipinsero la saetta nella mano di Giove. Io ho veduto un ammasso di neve lungo le pareti di pietra d’un muro, che evidentemente diede l’idea del comune zoccolo, che accerchia una torre.
Col semplice porre noi stessi in nuove circostanze, noi senza tregua di nuovo scopriamo le leggi e gli ornamenti dell’architettura, e vediamo come semplicemente ciascun popolo abbia ornate le sue primitive case. Il tempio dorico presenta ancora una rassomiglianza con la selvatica capanna, nella quale il Dorico abitò. La pagoda chinese è chiaramente una tenda tartara. I templi indiani ed egiziani ancora palesano i terrapiani e le sotterranee case degli antichi. «L’uso di fare case e tombe nella pietra viva» dice Heeren nelle sue Ricerche sugli Etiopi «stabilì molto chiaramente il carattere dell’architettura Nubio-egiziana, indirizzandola a quella colossale forma, ch’essa assunse. In queste caverne già preparate dalla natura, l’occhio s’era abituato alle forme grandi e massiccie, cosicchè quando l’arte venne in aiuto della natura, essa non potè muoversi su piccola scala senza avvilir se stessa. Che cosa sarebbero sembrate le statue di grandezza usuale o i portici e le ali, unite a quelle gigantesche aule, dinnanzi alle quali solo i colossi potevano sedere come sentinelle od appoggiarsi alle colonne dell’interno?»
La chiesa gotica derivò semplicemente da un rozzo adattamento degli alberi della foresta, con tutti i loro rami, ad una festosa e solenne arcata, e i vincoli attorno alle colonne indicano ancora i verdi vimini che li strinsero. Nessuno può passare per un sentiero tagliato attraverso una foresta di pini, senza essere colpito dell’architettonica apparenza di essa, specialmente nell’inverno — quando la nudità degli altri alberi, mostra il basso arco dei Sassoni. Chiunque potrà in una foresta osservare, durante un invernale pomeriggio, l’origine delle finestre colorate, che adornano le cattedrali gotiche, per mezzo dei colori del cielo occidentale veduti attraverso i nudi ed incrociantesi rami della selva. Nessun innamorato della natura può entrare nei vecchi edifizi di Oxford o nelle cattedrali inglesi, senza sentire che la foresta dominò la mente del costruttore e che la sua sega, il suo scalpello, la sua pialla, sempre riprodussero le vette fiorite, le felci, le locuste, il pino, la quercia, l’abete, il rovere di quella.
La cattedrale gotica è una fioritura in pietra, determinata dall’insaziabile desiderio d’armonia dell’uomo. La montagna di granito si trasmuta in un eterno fiore, con la leggerezza e la delicata finezza della prospettiva e delle aeree proporzioni della bellezza vegetale.
In ugual modo tutti i pubblici fatti debbono essere individualizzati, e tutti i fatti privati generalizzati. Solo allora la storia diviene ad un tratto fluida e vera, e la biografia profonda e sublime. Come il persiano imitò negli agili fusti e nei capitelli della sua architettura lo stelo del fior di loto e della palma, così la corte persiana, nella sua grandiosa età, giammai desistette dal nomadismo delle sue barbare tribù, ma peregrinò da Ecbatana, sul finir di primavera, a Susa in estate ed a Babilonia in inverno.
Nei primordi della storia d’Asia e d’Africa, il nomadismo e l’agricoltura sono i due fatti antagonistici. La geografia dell’Asia e dell’Africa richiedeva una vita nomade. Ma i nomadi erano il terrore di quelli, che la terra ed i guadagni d’un mercato avevano indotto a costruir città. L’agricoltura fu pertanto un obbligo religioso a causa dei pericoli che allo stato derivavano dal nomadismo. E in queste civili contrade d’Inghilterra e d’America, l’urto di queste tendenze ancora s’agita in ciascun individuo. Noi tutti siamo girovaghi e stazionari, a seconda delle vicende ed a seconda di vicende rapide e piacevoli. I nomadi d’Africa sono forzati a peregrinare in causa degli assalti del tafano, che fa impazzire il bestiame e obbliga la tribù ad emigrare nella stagione piovosa ed a condurre il bestiame in più alte regioni sabbiose. Il nomade d’Asia continua la pastura di mese in mese. In America e in Europa, il nomadismo è il risultato del commercio e della curiosità: e dal tafano di Astabora all’anglo ed italomania di Boston-Bay certamente v’è un progresso. La differenza fra gli uomini, sotto questo aspetto, sta nella facoltà del rapido adattamento e nel potere di trovar dovunque la sedia ed il letto, potere ed adattamento che uno ha ed un altro non ha. Alcuni uomini hanno tanto dell’indiano mancato, hanno costituzionalmente tali abiti di accomodamento, che al mare o nella foresta o nella neve, essi dormono comodamente e pranzano con lo stesso buon appetito e s’affratellano così lietamente, che nelle loro case. E se noi portiamo questo vecchio fatto ad un grado più alto, noi possiamo considerarlo il rappresentante d’un avvenimento permanente nell’umana natura.
Il nomadismo intellettuale è la facoltà dell’oggettivismo o la facoltà degli occhi di rimunerarsi ovunque. Chi ha questi occhi trova ovunque facili relazioni con il suo compagno-uomo. Ciascun uomo, ciascuna cosa, è un pregio, uno studio, una proprietà per lui e questa sua benevolenza spiana il suo ciglio, unisce lui agli uomini e lo fa bello e caro al loro sguardo. La sua casa è una vettura, ed egli vaga attraverso tutte le latitudini così facilmente come un Calmucco. Ogni cosa che l’individuo vede, corrisponde ai suoi stati di mente ed è a sua volta a lui intellegibile, mentre il suo progressivo pensiero lo conduce alla verità, alla quale questo fatto o serie di fatti appartengono.
Il mondo primitivo, io posso ricercarlo in me stesso, così bene com’io posso frugarlo, con tremanti dita, nelle catacombe, nelle biblioteche e negli infranti rilievi e torsi delle sue ville abbattute.