Il nostro amore nativo per il realismo si aggiunge a questa esperienza per insegnarci un poco di riserbo e per dissuaderci da una resa troppo subitanea alle qualità brillanti delle persone. La gente giovane ammira i talenti e le eccellenze particolari; a misura che invecchiamo diamo valore ai poteri ed ai risultati assoluti come l’impressione, la qualità, lo spirito degli uomini e delle cose. Il genio è tutto. L’uomo è il suo sistema: noi non siamo testimonianza di una parola o di un atto isolato, ma siamo il suo modo di essere. Le azioni che voi lodate io non lodo, poichè esse sono un discostarsi dalla sua fede, e sono delle semplici accondiscendenze. Il magnetismo che ordina le tribù e le razze in una sola polarità è il solo da rispettarsi; gli uomini sono della limatura d’acciaio. Eppure noi ingiustamente scegliamo una particella e diciamo: «Oh limatura di acciaio numero uno! quali prodigiose qualità sono le tue! quanto sono costituzionali per te ed incomunicabili!» Mentre parliamo la calamita è ritirata; il nostro granello di limatura cade sul mucchio con il resto, e noi continuiamo le nostre buffonate con le miserabili raschiature. Cerchiamo gli universali; il magnetismo, non gli aghi. La vita umana e le sue creature sono delle povere ed empiriche pretese. Un’autorità personale è un ignis fatuus. Se gli uomini dicono «ciò è grande, ciò è grande», se dicono, «ciò è piccolo, ciò è piccolo», voi lo vedete e non lo vedete, saltuariamente, perchè la cosa prende tutte le sue dimensioni in prestito dalla stima momentanea di coloro che parlano; l’ignis fatuus sparisce se v’approssimate troppo, svanisce se troppo vi discostate, ed esso è solamente visibile da un solo angolo. Chi può dire se Washington è un grande uomo oppure no? Chi può dire se Franklin lo è? E così succede alle dodici od alle sei od alle tre grandi divinità della fama. Ed essi pure svaniscono davanti all’eterno.

Noi siamo delle creature anfibie, armate per due principî, avendo due serie di facoltà, quelle particolari e quelle universali. Noi adattiamo i nostri strumenti all’osservazione generale, e scorriamo i cieli così facilmente come scegliamo una sola figura nel paesaggio terrestre. Noi siamo praticamente abili nello scoprire gli elementi per i quali non troviamo posto nella nostra teoria e per i quali non abbiamo neppure nomi. Così noi percepiamo un’influenza atmosferica sugli uomini e sui corpi degli uomini, influenza che non è computata nell’addizione aritmetica di tutte le loro proprietà misurabili. Vi è un genio della nazione, che non può essere riscontrato nella quantità numerica dei cittadini numerici, ma che caratterizza la società. L’Inghilterra, forte, precisa, pratica, dal buon nome, non la troverei se andassi a cercarla nell’isola. Nel parlamento, nella casa da giuoco, alle tavole da pranzo, io potrei trovare un grande numero di uomini ricchi; ignoranti, lettori di libri, uniformi, superbi; potrei trovare molte donne vecchie, — e potrei non trovare in alcun luogo l’Inglese che fece i saggi discorsi, che riunì le macchine ben costrutte e compì i fatti audaci e vigorosi. È anche peggio in America, dove per la rapidità intellettuale della razza, il genio del paese è più grande nelle sue promesse e più debole nei suoi compimenti. Webster non può fare il lavoro di Webster. Noi comprendiamo abbastanza distintamente il genio Francese, Spagnuolo, Tedesco e non è meno vero che forse noi non troveremmo in alcuna di queste nazioni un solo individuo che corrisponda al tipo. Noi deduciamo lo spirito di una nazione in gran parte dalla lingua, specie di monumento, al quale ogni singolo individuo nel corso di molte centinaia d’anni ha contribuito con una pietra. E senza eccezione un buon esempio di questa forza sociale è la verità contenuta nel linguaggio, verità che non può essere traviata. In qualsiasi controversia concernente la morale si può fare con sicurezza appello ai sentimenti espressi dal linguaggio del popolo.

I proverbi, i modi e le inflessioni grammaticali esprimono lo spirito pubblico con maggiore purezza e precisione di quello che possa fare il più saggio individuo.

Nella famosa disputa con i Nominalisti, i Realisti ebbero una buona parte di ragione. Le idee generali sono essenziali. Esse sono i nostri dèi; esse accerchiano e nobilitano i più parziali e sordidi modi di vita. La nostra inclinazione verso le circostanze non può completamente avvilire la nostra vita e spogliarla di poesia. Colui che lavora alla giornata è valutato come il primo gradino della scala sociale, eppure egli è saturo delle leggi del mondo. Le sue misure sono le ore; mattino e notte, solstizio ed equinozio, geometria, astronomia e le incantevoli vicende della natura agiscono attraverso alla sua mente. Il denaro che rappresenta la prosa della vita e di cui appena si parla nei salotti senza giustificazione, è nei suoi effetti e nelle sue leggi così bello come le rose. La proprietà tiene i conti del mondo ed è sempre morale. La proprietà sarà trovata dove il lavoro, la saggezza e la virtù sono state nelle nazioni, nelle classi e (considerata la vita intiera con le sue compensazioni) anche nell’individuo. Come appare saggio il mondo quando le leggi e gli usi delle nazioni sono ampiamente dettagliati, e la compiutezza del sistema municipale è presa in considerazione. Nulla è tralasciato. Se andate nei mercati e nelle dogane, negli uffici di assicurazioni ed in quelli dei notai, negli uffici dei pesi e misure, d’ispezione ecc... — sembrerà che un uomo solo abbia fatto tutto ciò. Ovunque voi andiate, uno spirito come il vostro è stato prima di voi, ed ha realizzato il suo pensiero. I misteri eleusini, l’architettura egiziana, l’astronomia indiana, la scultura greca, dimostrano che vi furono sempre sulla terra degli uomini veggenti e sapienti. Il mondo è pieno di loggie massoniche, di corporazioni, di legioni segrete e pubbliche d’onore; quella degli studiosi, per esempio; e quella degli uomini che fraternizzano con le classi superiori di ogni paese e di ogni educazione.

Io son molto colpito in letteratura dall’impressione che una sola persona abbia scritti tutti i libri; come se l’editore di un giornale avesse impiantato il suo corpo di «reporters» in differenti parti del campo d’azione, e scambiati fra di loro i posti di tanto in tanto; nel quale giornale però vi fosse tale uguaglianza ed identità di giudizio e di punti di vista d’apparir chiaramente ch’esso è l’opera di un uomo che tutto vede e tutto sente. Ho riveduta ieri l’Odissea di Pope: è corretta ed elegante come se fosse stata nuovamente scritta secondo i nostri canoni d’oggi. La modernità di tutti i libri buoni par che mi dia un’esistenza lunga come quella dell’uomo. Io sento ciò che è ben fatto come se lo avessi fatto io: non mi curo di ciò che è mal fatto. I trasporti di passione in Shakespeare (per esempio in Re Lear ed Amleto) sono nello stesso dialetto del presente anno. Io provo il più grande piacere nel leggere un libro nel modo meno lusinghiero per l’autore, io leggo Proclo e talvolta Platone, come potrei leggere un dizionario, per un aiuto meccanico alla fantasia ed all’immaginazione. Io leggo per trovarvi delle luci, come si userebbe per i suoi ricchi colori un bel quadro in uno sperimento cromatico. Non è Proclo, ma un frammento della natura e del fato che io investigo. È maggior gioia vedere l’autore dell’autore, che lui stesso. Un piacere più alto e della stessa specie io provai ultimamente ad un concerto dove andai ad udire la Messiade di Händel. Come il maestro dominava la pochezza e l’imperizia degli esecutori, e li rendeva conduttori della sua elettricità, così era facile osservare quali sforzi la natura faceva per mezzo di tante persone imperfette, ruvide, senza espressione, per rendere delle belle voci, degli uomini e delle donne fluidi e guidati dall’anima. Il genio della natura era signore dell’oratorio.

Questa preferenza del genio per le parti è il segreto della deificazione dell’arte che si riscontra in tutte le menti superiori. L’arte nell’artista è proporzione od un’obbedienza costante al tutto per mezzo di un occhio che ama la bellezza nei dettagli. La proporzione è quasi impossibile per gli esseri umani. Non vi è uno solo che non ecceda. Nella conversazione gli uomini sono ingombrati dalla personalità e parlano troppo. Nella scultura moderna, nella poesia, nella pittura, la bellezza è mista; l’artista lavora qua e là, e sovra tutti i punti; aggiungendo ed aggiungendo anzichè sviluppando l’unità del suo pensiero. Noi dobbiamo avere dei bei particolari o nessun artista: ma essi devono essere dei mezzi e null’altro. L’occhio non deve perdere di vista l’intento un solo istante. I ragazzi vivaci scrivono al loro orecchio ed al loro occhio, ed il freddo lettore trova null’altro se non dolci consonanze. Quando i ragazzi si fanno adulti rispettano l’argomento per cui scrivono.

Noi obbediamo alla stessa integrità intellettuale quando studiamo eccezionalmente la legge del mondo. I fatti anomali, come le giammai disusate leggende della magia e della demonologia, le nuove affermazioni dei frenologi e dei neurologi, sono d’un’utilità ideale. Esse sono delle buone indicazioni. L’omeopatia è insignificante come arte del sanare, ma è di grande valore come esame critico della igiea o pratica medica di quel tempo. Così il Mesmerismo, lo Swedenborgismo, il Fourierismo e la Chiesa Millenaria sono delle pretensioni abbastanza meschine, ma sono un buon esame critico della scienza, della filosofia e della predicazione dell’epoca, poichè queste interne anormali visioni degli adepti dovettero essere cose normali e naturali.

Tutte le cose ci dimostrano che da ogni lato noi siamo prossimi al meglio. Pare che non valga la pena di compire una sola azione intellettuale estetica o civile quando fra breve il segno sarà interrotto e ci disperderemo nel potere universale. La causa dell’ozio e del delitto sta nel differire le nostre speranze. Mentre attendiamo, noi spendiamo il tempo nelle burle, nel sonno, nel pranzo e nei delitti.

A questo punto affermiamo nelle nostre fredde biblioteche che tutti gli agenti con i quali trattiamo sono nostri subalterni, cui possiamo ben concedere il passo, e che la vita sarà più semplice quando vivremo al centro e disprezzeremo la superficie. Io desidero di parlare con tutto il rispetto con le persone, ma qualche volta mi debbo pizzicare per tenermi sveglio e conservare il dovuto contegno. Esse si confondono così facilmente le une con le altre da essere come l’erba e le piante, onde è necessario un grande sforzo per trattarli come individui. Sebbene l’uomo non ispirato trovi certamente nelle persone una convenienza per le cose di casa, l’uomo divino non le rispetta: egli le considera come un ammasso di nubi o come un nembo di increspature che il vento sospinge sulla superficie dell’acqua. Ma questa è insipida ribellione. La natura non vuole essere Buddista, essa si vendica generalizzando ed oltraggia il filosofo ad ogni momento con un milione di particolari nuovi. Tutto ciò evidentemente è chiacchiera vana: allo stesso modo che un uomo è un intiero, esso è anche una parte e sarebbe ingiusto il non vederlo. Ciò che voi affermate nella vostra ostentata distinzione, classifica solo voi nella vostra classe, e nella vostra sezione. Voi non vi siete sbarazzati delle parti negandole, ma siete ancora più parziali. Voi siete una sola cosa, ma la natura è una cosa e l’altra nello stesso momento: Essa non rimarrà chiusa in un pensiero, ma penetrerà nelle persone, e quando ogni persona infiammata da un ardore di personalità vorrebbe ridurre tutte le cose al suo meschino capriccio, essa fa sorgere contro di lui un’altra persona e per mezzo di molte incarna nuovamente una specie di «intiero». Ogni cosa deve avere il suo fiore o tendenza verso il bello, rozzo o delicato a seconda del suo tessuto. Gli uomini si aiutano e si soccorrono vicendevolmente e la sanità della società bilancia mille insanie. Essa punisce gli astrazionisti e soltanto perdonerà ad un’induzione rara e casuale. A noi piace di portarci ad un rialzo del terreno ed ammirare il paesaggio, allo stesso modo che apprezziamo in conversazione un’osservazione generale. La natura però non intende che noi si debba vivere con delle idee generali. Noi andiamo in cerca del fuoco e dell’acqua, corriamo tutto il giorno fra i negozi ed i mercati, facciamo fare o rattoppare i nostri vestiti e le nostre scarpe, perdendo in queste faccende tutto il nostro tempo, e forse una volta in ogni quindicina giungiamo ad un momento razionale. Se noi non fossimo così infatuati e vedessimo la realtà ogni momento, non saremmo qui a leggere od a scrivere, ma saremmo stati arsi o agghiacciati da lungo tempo. La natura non otterrebbe nulla di fatto se sopportasse gli Ammirabili Crichton ed i geni universali. Essa preferisce il carradore che sogna tutta la notte le sue ruote, e lo stalliere che è parte del suo cavallo, perchè essa è sovraccarica di lavoro, ed essi sono le sue mani. Come il frugale contadino ha cura che il bestiame mangi le foglie di frassino e che i maiali mangino i resti di casa, e che il pollame becchi le croste di pane, così la nostra madre previdente invia un nuovo genio ed un nuovo abito mentale in ogni distretto e condizione di vita; pone un occhio ovunque può cadere un raggio di luce, e raccogliendo in qualche uomo ogni proprietà dell’universo determina fra i suoi nati migliaia di attrazioni mutue ed occulte, affinchè tutto questo flusso e profusione di forza possa essere ripartito e scambiato.

Da questa incarnazione e distribuzione del dono divino sorgono indubbiamente dei grandi pericoli, e per questo la natura ha i suoi detrattori, come se essa fosse una Circe. Ma la natura non va sprovvista, essa ha dell’elleboro al fondo della tazza. La solitudine maturerebbe un grande raccolto di despoti. Il solitario pensa che gli uomini hanno il suo modo di condursi, oppure che non hanno il suo modo, oppure che l’hanno in maggior o minor grado. Ma quando egli arriva ad un’adunanza pubblica, egli vede che gli uomini hanno dei modi molto differenti dai suoi ed a loro giudizio ammirevoli. Nella sua infanzia e gioventù egli ha avuto molti rimproveri e molte censure e tiene in mediocre considerazione i suoi doni di natura. Quando poi egli s’imbatte in favorevoli circostanze, il suo ingegno par che sia il solo: egli è felice del suo successo e si considera già il compagno dei grandi. Ma egli scende nella folla, nella banca, nell’officina, nel mulino, nel laboratorio, in un bastimento, in un campo, ed in ogni nuovo luogo egli non è di più di un idiota: altri talenti prendono il suo posto e governano l’ora. La rotazione che fa turbinare ogni foglia ed ogni pietruzza verso il meridiano, solleva pure ogni dono dell’uomo, e volta a volta ognuno di noi prende il posto alla sommità.