Ancora, in quella protesta che ciascun uomo di giudizio fa contro la superstizione del suo tempo, egli recita punto per punto la parte dei vecchi riformatori, e nella ricerca della verità s’imbatte, come essi, in nuovi pericoli per la virtù. Egli impara di nuovo quale morale vigore abbisognò per supplire l’appoggio di una superstizione. Una grande sregolatezza cammina sui passi d’una riforma. Quante volte nella storia del mondo il Lutero dell’epoca ha dovuto lamentare il languire della devozione nella sua propria casa! «Dottore — disse un giorno a Martino Lutero la sua sposa — perchè quand’eravamo soggetti al papato noi pregavamo così sovente e con grande fervore e ora noi preghiamo con la maggior freddezza e molto di rado?»
L’uomo progredito scopre quali profondi attributi egli ha in tutta la letteratura, in tutte le favole come in tutta la storia. Egli si persuade che il poeta non fu lo strano individuo, che descrisse strane ed impossibili situazioni, ma fu l’universale uomo, che scrisse con la sua penna una confessione vera per uno e vera per tutti. Egli trova la sua propria segreta biografia, in parole meravigliosamente intelligibili a lui, scritte già prima ch’egli nascesse. Una dopo l’altra le vicende della sua vita privata combaciano con ciascuna favola di Esopo, di Omero, di Hafiz, dell’Ariosto, di Chaucer, dello Scott e personalmente le constata.
Le belle favole dei greci, essendo proprie creazioni dell’immaginazione e non della fantasia, sono universali verità. Quale moltitudine di significati e quale perpetua attualità ha la storia di Prometeo! Oltre il suo principale valore, come primo capitolo della storia di Europa, essa ci dà la storia della religione con qualche riferimento intorno alla credenza delle età più tarde. Prometeo è il Gesù della vecchia mitologia: egli è l’amico dell’uomo; egli sta tra l’ingiusta «giustizia» dell’Eterno Padre e la schiatta dei mortali: e sollecitamente ogni cosa sopporta a suo benefizio. Ma dove la sua storia si stacca dal cristianesimo calvinistico e mostra lui come sfidatore di Giove, essa rappresenta uno stato di mente che appare dovunque la dottrina del teismo è appresa sotto una cruda forma obbiettiva e pare l’autodifesa dell’uomo contro questa menzogna, rivelantesi in uno scontento per la creduta esistenza d’un Dio, e in un sentimento d’aggravio per la reverenza a Lui dovuta. Essa vorrebbe involare, se potesse, il fuoco al Creatore e vivere separata da lui ed indipendente. Il Prometeo Vinto è il romanzo dello scetticismo. Nè meno vere sono per tutti i tempi le particolarità di quel superbo apologo. Apollo custodì le greggi d’Admeto, dissero i poeti. Ogni uomo è una divinità travestita, un dio che rappresenta la parte dell’imbecille. Egli appare come gli insani angeli, che il cielo mandò nel nostro mondo, i quali qui giunti intonano la loro musica nativa e pronunziano ad intervalli le parole udite in cielo, finchè, tornata la pazzia, essi istupidiscono e s’avvoltolano come cani. Quando gli dei scendono fra loro non sono riconosciuti; Gesù non lo fu; Socrate e Shakespeare non furono; Anteo fu soffocato dalla stretta di Ercole, ma ogni qualvolta toccò la madre terra, il suo vigore si rinnovò. L’uomo è il gigante abbattuto, ma in tutta la sua debolezza, sia il suo corpo che la sua mente sono rinvigoriti dall’abito di conversare con la natura. Il potere della musica, quello della poesia, di render fluida e dar ali a tutta la solida natura, spiegano a lui l’enigma d’Orfeo, che fu nella sua infanzia solo una vana fiaba. La percezione filosofica dell’identità attraverso le infinite mutazioni della forma, fa conoscere a lui il Proteo. Che cosa altro sono io, che risi e piansi ieri e dormii la passata notte come un corpo morto e stamane mi alzai e corsi? Che cosa vedo io in ogni parte, se non le trasmigrazioni del Proteo? Io posso simbolizzare il mio pensiero, usando il nome di qualsiasi creatura, di qualsiasi fatto, perchè ogni creatura è uomo agente o paziente. Tantalo non è che un nome per voi e per me. Tantalo significa l’impossibilità di bere le acque del pensiero, che sono sempre raggianti ed ondeggianti nella visione dell’anima. La trasmigrazione delle anime: anche ciò non è fiaba: io vorrei che fosse tale, ma uomini e donne non sono che a metà umani. Ogni animale della cascina, del campo e della foresta, della terra e delle acque, ha trovato modo di stanziarsi e di lasciare l’impronta delle sue fattezze e della sua forma, in uno o nell’altro di questi esseri eretti, che parlano alzando il viso al cielo. Ah! fratello, tienti avvinto all’uomo e tieni a segno la bestia: arresta il declinare della tua anima, rifluente verso quelle forme, nel cui uso tu per molti anni indugiasti. Pure vicino a noi è la vecchia favola della Sfinge, che seduta sul margine della strada, poneva enimmi ad ogni viandante: S’egli non sapeva rispondere, essa vivo l’inghiottiva, se rispondeva essa veniva uccisa. Che cos’è la nostra vita se non un’infinita fuga di fatti e di eventi alati? Con splendida varietà queste vicende giungono, tutte ponendo questioni all’umano spirito. Chi non risolve con una superiore saggezza questi fatti o queste questioni diviene schiavo. I fatti lo vincolano, lo soggiogano e lo fanno l’uomo del senso, nel quale una completa obbedienza ai fatti ha estinto ogni scintilla di quella luce, per cui l’uomo è veramente uomo. Ma se l’uomo, fedele ai suoi migliori istinti e sentimenti, rifugge il dominio dei fatti come colui che scende da una più alta schiatta e rimane stretto alla sua anima, allora i fatti cadono e ritornano al loro posto, riconoscono il loro signore ed il più insignificante di essi lo glorifica.
Vedete nell’Elena di Goethe lo stesso desiderio che ogni parola sia una cosa. Queste figure, egli dice, questi Chironi, Griffoni, Elena e Leda, sono qualche cosa e certamente esercitano una peculiare influenza sulla mente. Pur così lontane, sono esse eterne entità, tanto reali oggi come nella prima Olimpiade. E riflettendo su esse egli liberamente scrive, secondo il suo carattere e dà ad esse corpo con la sua propria immaginazione. E benchè questo poema sia vago e fantastico come un sogno, pure è più attraente che la più regolare opera drammatica dello stesso autore; per la ragione che solleva la mente dal solito seguito d’imagini, desta l’invenzione e la fantasia del lettore con la selvaggia libertà del disegno e con l’incessante succedersi di destri colpi di scena.
L’universale natura, troppo forte per la debole natura del bardo, siede sul suo collo e scrive con le sue mani: cosicchè quando par ch’egli esprima un semplice capriccio o un impetuoso romanzo, il risultato è un’esatta allegoria. Per questo Platone disse che «i poeti dicono grandi e saggie cose, che essi stessi non comprendono». Tutte le opere di fantasia del medio evo sono un’oscura e bizzarra espressione di ciò che la mente di quel periodo tentò di effettuare. La magia, e quanto è ascritto ad essa, è manifestamente un profondo presentimento dei poteri della scienza. Gli stivali di velocità, la spada affilata, il potere di sottomettere gli elementi, di usare le segrete virtù dei minerali, di comprendere la voce degli uccelli, sono gli oscuri sforzi della mente verso una retta direzione. La straordinaria prodezza dell’eroe, il dono della perpetua gioventù ed altre simili cose sono uguali allo sforzo dello spirito umano di «piegare le sembianze delle cose ai desideri della mente».
Nel Perceforest e in Amadis di Gaula, un serto e una rosa fioriscono sul capo di colei che è fedele e sfioriscono sulla fronte di colei che è incostante. Nella storia del Ragazzo e del Mantello, anche un maturo lettore può essere commosso da virtuosa gioia per il trionfo della gentile Genalas: e, in verità, tutti i postulati degli annali della magia: che alle Fate non garba d’esser nominate, che i loro doni sono capricciosi e non degni di fiducia, e che colui che cerca un tesoro non ne deve parlare e simili, io trovo esser veri in Concord, per quanti essi possono esser in Cornovaglia o in Brettagna.
È forse altrimenti nel più recente romanzo? Io leggo la Sposa di Lamermoor. Sir William Ashton è una maschera per una volgare tentazione; il Castello di Ravensvood è un gentil nome per un’orgogliosa povertà, e la missione governativa all’estero è soltanto un pretesto di Bugan per un onesto lavoro. Noi possiamo tutti annullare una bolla che voglia distruggere il buono ed il bello col combattere l’ingiusto ed il sensuale. Lucia Ashton è un altro nome per la fedeltà, che è sempre bella e sempre soggetta alle calamità di questo mondo.
Ma unitamente alla civile e metafisica storia dell’uomo, un’altra storia procede, quella del mondo esterno, con la quale egli non è meno strettamente legato. Egli è il compendio del tempo; egli è anche il correlativo della natura. Il potere dell’uomo consiste nella moltitudine delle due affinità, nel fatto che la sua vita è intrecciata con l’intera catena dell’essere organico ed inorganico. Nell’età dei Cesari, in Roma, procedevano dal Foro le grandi vie del nord, del sud, dell’est, dell’ovest, verso il centro di ciascuna provincia dell’impero, rendendo ciascuna città della Persia, della Spagna, della Brettagna, penetrabile ai soldati della capitale: così dall’umano cuore partono vie al cuore di ciascun oggetto di natura, per ridurlo sotto il dominio dell’uomo. Un uomo è un fascio di relazioni, un modo di radici, il cui fiore e frutto è il mondo. Tutte le sue facoltà si collegano a nature fuori di lui, tutte le sue facoltà predicono il mondo che egli deve abitare, come le pinne dei pesci predicono l’esistenza dell’acqua o come le ali d’un’aquila in germe presuppongono un «medium» chiamata aria. Isolatelo e voi lo distruggete. Egli non può vivere senza un mondo. Rinserrate Napoleone in un’isola; fate che le sue facoltà non trovino uomini da dominare, alpi da valicare, poste da scommettere ed egli batterà l’aria ed apparirà stupido. Trasportatelo in un grande paese, con densa popolazione, con complessi interessi, con potere avverso, e voi vedrete che l’uomo Napoleone, inceppato da tali condizioni, non è il Napoleone virtuale. Questi non è che l’ombra di Talbot:
«La sua sostanza non è qui, perchè ciò che voi vedete non è che la più piccola parte e la minore porzione d’umanità; ma se fosse qui il suo intiero essere, esso è di tale immensa grandezza, che il vostro tetto non sarebbe sufficiente a contenerlo.[1]
Colombo abbisogna di un pianeta verso cui dirigere la sua rotta. Newton e Laplace abbisognano di miriadi di età e di immense aree celestiali. Si può dire che un sistema solare gravitante è di già profetizzato in natura dalla mente di Newton. Non meno ripromettono le leggi dell’organizzazione, i cervelli di Davy e di Gay-Lussac, fin dalla fanciullezza ricercando sempre le affinità e repulsioni delle molecole. L’occhio dell’embrione umano non predice la luce? L’udito di Händel non predice l’arte dei suoni? Le industriose dita di Watt, Fulton, Whittemore, Arkwright, non predicono la temperabile e fusibile tessitura dei metalli, la proprietà della pietra, dell’acqua e del legno? I graziosi attributi della bambina non predicono le raffinatezze e gli ornamenti della società civile? Anche qui noi ricordiamo l’azione dell’uomo sull’uomo. Una mente potrebbe stillare il suo pensiero per anni ed anni e non guadagnare tanta auto-conoscenza quanta la passione dell’amore ad essa insegnerà in un giorno. Chi conosce se stesso prima di essere, con indignazione, colpito da un oltraggio o prima di aver udito una lingua eloquente o d’aver partecipata al battito di mille cuori in un’esultanza od allarme nazionale? Nessun uomo può precorrere la sua esperienza o indovinare quale facoltà o sentimenti un nuovo oggetto potrà destare in lui, più di quanto egli possa tratteggiare oggi, il viso d’una persona che egli vedrà domani per la prima volta.