Io non mi farò forte ora dell’affermazione generale per indagare la ragione di questa corrispondenza. Basti che sotto la luce di questi fatti, che, cioè, la mente è una sola e che la natura è la sua corrispondente, la storia venga letta e scritta.

Così in tutti i modi l’anima concentra e riproduce i suoi tesori per ogni novello scolaro. Egli pure passerà attraverso l’intero ciclo dell’esperienza. Egli raccoglierà in un fuoco i raggi della natura. La storia non sarà più un libro noioso; essa camminerà incarnata in ogni uomo giusto e saggio. Voi non mi direte in lingue e titoli diversi un catalogo dei volumi letti. Voi mi farete sentire quali periodi voi avete vissuti. Un uomo sarà il tempio della Fama: egli camminerà come quella dea che i poeti hanno descritta, in una veste ricamata di eventi meravigliosi e di dottrine; la sua propria forma e le sue fattezze saranno quella variegata veste. Io troverò in lui il mondo primitivo; nella sua fanciullezza l’età d’oro; il frutto della scienza; la spedizione degli argonauti; la chiamata di Abramo; la costruzione del tempio; la venuta di Cristo; l’età media; il rinascimento, la riforma; le scoperte delle terre nuove; l’apparire delle nuove scienze e dei nuovi orizzonti aperti all’uomo. Egli sarà il sacerdote di Pan, e porterà con sè nelle umili capanne la benedizione delle stelle mattutine e tutti i ricordati benefizi del cielo e della terra.

V’è qualchecosa di troppo presuntuoso in questa pretesa? Allora io disdico tutto ciò che ho scritto, poichè a che cosa serve il pretendere di sapere ciò che noi non conosciamo? Ma è per una lacuna della nostra rettorica che noi non possiamo fortemente affermare un fatto senza parere di calunniarne un altro. Io tengo la nostra attuale scienza in pochissima stima. Udite i topi nel muro, guardate la lucertola sulla siepe; i funghi sotto i vostri passi; i licheni sul tronco. Che cosa so io intorno a qualsiasi di questi mondi di vita simpaticamente e moralmente? Così a lungo come l’uomo del Caucaso, più a lungo forse, queste creature hanno tenuto i loro concilii vicino a lui e non v’è ricordo di alcuna parola e di alcun segno passato fra essi. Ancora, che cosa ricorda la storia degli annali metafisici dell’uomo? Quale luce versa essa su questi misteri, che noi veliamo sotto il nome di Morte ed Immortalità? Ancora, ogni storia dovrebbe scriversi con una veggenza che divinasse il cerchio delle nostre affinità e ci presentasse i fatti sotto luce di simboli. Io sono vergognoso di constatare che la nostra così detta storia è un futile racconto di villaggio. Quante volte noi dobbiamo dire Roma e Parigi e Costantinopoli! Che cosa sa Roma del topo e della lucertola? Che cosa sono le Olimpiadi e i Consolati per questi esseri a noi vicini? Oltre a ciò quale alimento od esperienza o soccorso rappresentano essi per i pescatori di foche esquimesi, per il Kanàka nella sua canoa, per il caricatore di bastimenti, per il facchino? Più ampi e più profondi noi dobbiamo scrivere i nostri annali, partendo da una riforma etica, da un influsso della coscienza sempre rinnovata, sempre salutare, se noi vogliamo più francamente esprimere la nostra centrale natura, invece di questa vecchia cronologia di egoismo e di superbia, alla quale noi, per troppo lungo tempo, abbiamo dato i nostri occhi. Quel giorno già esiste per noi, esso brilla di già su noi, impensatamente; ma il cammino delle scienze e delle lettere non è il penetrare nella natura, ma piuttosto il partirsi da essa. L’idiota, l’indiano, il ragazzo e l’incolto fanciullo del contadino, s’avvicinano a ciò e lo comprendono molto più che non l’anatomico e l’antiquario.

SECONDO SAGGIO LA FIDUCIA IN SE STESSO

Io lessi l’altro giorno alcuni versi scritti da un eminente pittore, che erano originali e non convenzionali. L’anima, qualunque sia il soggetto, sente sempre in essi un ammonimento ed il sentimento che essi instillano ha maggior valore di qualunque pensiero essi possano contenere. Credere nel vostro proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, nella nostra segreta anima, è vero per tutti gli uomini, questo è il genio. Dite la vostra convinzione latente ed essa sarà il senso universale; poichè quanto è interiore diviene a tempo debito esteriore, e il nostro primo pensiero ci è ritornato dalle trombe del giudizio universale. Il più alto merito che noi ascriviamo a Mosè, a Platone, a Milton è d’esser famigliari a ciascun uomo come la voce della mente, poichè essi annullano libri e tradizioni e dicono, non ciò che gli uomini, ma ciò che essi stessi pensarono. Un uomo dovrebbe imparare a scoprire e ad osservare quel raggio di luce che irrompe dall’interno, a traverso la sua mente, più che ad osservare la luminosità del firmamento, dei bardi e dei saggi; invece egli abbandona, senza riguardo, il suo pensiero, solo perchè è suo. Noi ritroviamo, in ogni opera di genio, dei pensieri, che noi abbiamo rifiutati ed essi ritornano a noi con un certo senso di maestà scacciata. Le grandi opere d’arte non hanno per noi maggior insegnamento di questo: esse ci insegnano ad aderire alle nostre impressioni spontanee, con serena inflessibilità, specialmente quando l’intiero coro delle voci è dalla parte opposta. Altrimenti domani uno straniero ci dirà, con un buon senso magistrale, precisamente ciò che noi abbiamo pensato e sentito da lungo tempo, e noi saremo obbligati a riprendere, con vergogna, la nostra propria opinione da un altro.

V’è un’epoca nell’educazione di ciascun uomo, nella quale egli giunge alla convinzione che l’invidia è ignoranza; che l’imitazione è suicidio; che egli deve prender se stesso per il meglio e per il peggio, come sua propria parte; che sebbene l’ampio universo è pieno di bene, nessun chicco di frumento può giungere a lui, se non attraverso il suo lavoro, duramente compiuto su quel pezzo di terreno, che gli è stato dato a coltivare. Il potere che risiede in lui è nuovo in natura, e nessuno, all’infuori di lui, sa ciò che egli può fare, nè egli stesso lo sa finchè non ha tentato. Non per nulla un viso, un carattere, un fatto, fa su lui molta impressione ed un altro nessuna: e questa impressione nella memoria non è senza armonia prestabilita. L’occhio fu posto dove un raggio deve cadere, come testimonianza di quel particolare raggio. Coraggiosamente lasciategli dire l’ultima parola della sua confessione; poichè noi ci esprimiamo solamente a metà, e siamo vergognosi di quella idea divina, che ognuno di noi rappresenta. Si può avere in essa assoluta fiducia e stimarla atta a buoni risultati e crederla lealmente concessa, ma Dio non permetterà che la sua opera sia fatta manifesta ai codardi. È necessario un uomo divino per esporre alcunchè di divino; un uomo è sereno e lieto quando ha posta la sua anima nella sua opera ed ha fatto del suo meglio; ma ciò che egli ha detto o fatto altrimenti, non gli darà pace; l’aver compiuta l’opera non lo ristora affatto e nel tentativo il suo genio l’abbandona; nessuna Musa, nessun accorgimento, nessuna speranza lo soccorrono. Abbiate fiducia in voi stessi, accettate il posto che la divina Provvidenza vi ha assegnato: vale a dire la società dei vostri contemporanei, la connessione degli eventi. I grandi uomini hanno sempre fatto così e si sono confidati come bambini al genio della loro età, palesando l’intuizione dell’Eterno moventesi nel loro cuore, operante per mezzo delle loro mani, predominante in tutto l’essere loro. E noi siamo ora uomini e dobbiamo accettare con la più alta volontà lo stesso trascendente destino, nè dobbiamo rimanere rannicchiati in un angolo, nè essere dei codardi fuggenti dinnanzi ad una rivoluzione; ma dobbiamo essere dei redentori e dei benefattori; e pii aspiranti ad essere della nobile creta, plastica sotto gli sforzi dell’Onnipotente, avanziamoci sempre più di fronte al Caos e l’Ignoto. La natura ci dà, a questo proposito, con i visi e la condotta dei fanciulli, dei bimbi e perfino degli animali, dei meravigliosi ammonimenti. Essi non hanno nè una mente scomposta e ribelle, nè un sentimento di diffidenza, perchè essi non conoscono la nostra aritmetica, che ha computato la forza, ed i mezzi contrari al nostro proposito. La loro mente è intatta, il loro occhio è ancora indomito; e quando noi guardiamo i loro visi, rimaniamo turbati. L’infanzia si uniforma a nessuno; tutti si uniformano ad essa; cosicchè comunemente un bimbo tiene fronte a quattro o cinque adulti, che scherzano e giocano con lui. In ugual modo Dio ha munito la gioventù e la pubertà e la virilità d’una sua propria arguzia, d’un suo proprio fascino e l’ha fatta individuale e graziosa, e i diritti di ciascuna non saranno posti da banda, se ciascuna starà da sè. Non pensate che la gioventù non abbia forza alcuna, perchè non può parlare a voi e a me. Zitti! chi parla nell’altra camera in modo così chiaro e così baldanzoso? Santo Cielo! È lui, è quel miracolo di modestia e di calma, che per settimane intiere non ha fatto altro che mangiare quando voi eravate vicino e che ora mette fuori queste parole, come rintocchi di campane! Sembra che egli sappia come parlare ai suoi contemporanei; timido od audace, dunque, egli saprà come rendere noi, più vecchi, completamente inutili. La noncuranza dei ragazzi, che sono sicuri d’un pranzo, e che sdegnerebbero, come un lord, di fare o di dire qualsiasi cosa per conciliarsi con qualsivoglia, è l’affermazione dell’attitudine vigorosa della natura umana. Come è padrone della società un ragazzo! Indipendente, irresponsabile, guardando dal suo cantuccio egli giudica a seconda dei meriti tutta la gente ed i fatti che passano, con quel modo rapido e sommario proprio dei ragazzi, come: buono, cattivo, interessante, stupido, eloquente, noioso. Egli non si preoccupa mai delle conseguenze e dei vantaggi: egli dà un verdetto indipendente e genuino. Voi dovete corteggiare lui, egli non corteggia voi: l’uomo è incatenato dalla sua consapevolezza. Così tosto come egli ha parlato o fatto qualchecosa con successo, egli è persona condannata, guardata dalla simpatia o dall’odio di cento, i cui affetti ora devono entrare nel suo capo d’accusa! Non vi è Lete per questo. Ah! se egli potesse di nuovo ritornare alla sua indipendenza neutrale, simile a quella d’un Dio! Chi, avendo perduta ogni quiete ed avendo osservato, può osservare ancora dall’alto della stessa innocenza semplice, incorrotta e impassibile, dev’essere formidabile e deve sempre attirare l’attenzione del poeta e dell’uomo; e certo la potenza di tale giovinezza immortale sarebbe sentita. Essa manifesterebbe opinioni su tutti gli affari che passano, opinioni che non apparendo personali, ma necessarie, si conficcherebbero come freccie nell’orecchio degli uomini e genererebbero in essi il terrore.

Queste sono le voci che noi udiamo nella solitudine, ma che diventano deboli ed inintelligibili, quando noi entriamo nel mondo. La società, ovunque, è in cospirazione contro la virilità di ciascuno dei suoi membri; essa è una società in accomandita, nella quale i soci, per meglio assicurare il pane ad ogni azionista, son d’accordo nel vendere la libertà e la coltura del mangiatore. La virtù più ricercata è la conformità: la fiducia in se stesso è il suo contrario. Quella non ama le realtà e i creatori, ma i nomi e le consuetudini.

Chiunque vuol essere un uomo, dev’essere un non-conformista. Colui che vuol raccogliere le palme immortali non dev’essere imbarazzato dal nome del bene, ma deve ricercare se v’è realmente il bene. Nulla infine è sacro, all’infuori dell’integrità della nostra propria mente. Assolvetevi da voi stessi, e voi avrete il suffragio del mondo. Io mi ricordo d’una risposta, che, quand’ero molto giovane, diedi ad un ammonitore, che aveva l’abitudine d’importunarmi con le vecchie e care dottrine della chiesa. Io dissi: «Che cosa ho io a vedere con la santità delle tradizioni, se io traggo interamente la mia vita dal mio interno?» Il mio amico ribattè: «Ma questi impulsi possono venire dal basso e non dall’alto»: io risposi: «essi non mi sembrano esser tali, ma se io sono figlio del diavolo, io trarrò la mia vita dal diavolo». Nessuna legge può esser sacra per me, eccetto quella della mia natura. Il bene ed il male sono soltanto dei nomi, molto facilmente trasferibili da questo a quello; soltanto è retto ciò che si adatta alla mia costituzione, soltanto è ingiusto ciò che è contrario. Un uomo deve comportarsi di fronte ad ogni opposizione, come se ciascuna di esse fosse effimera. Io sono mortificato nel pensare come noi facilmente capitoliamo davanti a segni e a nomi, davanti a grandi società ed a molte istituzioni. Ogni individuo decente e un po’ noto mi interessa e mi preoccupa più del lecito. Io vorrei procedere diritto e gagliardo e dire rudemente la verità in tutti i modi. Se la malizia e la vanità indossano la divisa della filantropia dovrò io tacere? Se un bigotto collerico prende le difese della generosa causa dell’Abolizione e viene da me con le ultime notizie delle isole Barbadoas, perchè non dovrei io dirgli: «va, ama il tuo bambino, il tuo spaccalegna: abbi una natura buona e modesta. Abbi grazia e non mascherare mai la tua ambizione indurita e incaritatevole, sotto questa incredibile tenerezza per dei negri distanti migliaia di miglia. Il tuo amore lontano è rancore in casa?» Tale contegno sarebbe ruvido e sgarbato, ma la verità è più bella che la simulazione dell’Amore. La vostra bontà deve avere un filo tagliente altrimenti è nulla.

La dottrina dell’odio dev’essere predicata, come opposizione alla dottrina dell’Amore, quando questa vagisce e piagnucola.

Io evito mio padre e mia madre, mia moglie e mio fratello, quando il mio genio mi chiama. Io vorrei scrivere sul limitare della mia porta: «capriccio». Io spero che sia qualchecosa di più infine, ma noi non possiamo spendere la giornata in spiegazioni. Non attendete ch’io vi dica perchè io cerco o fuggo la compagnia; nè parlatemi, come un buon uomo fece oggi, del mio obbligo di mettere tutti i poveri in buone condizioni. Sono essi i miei poveri? Io ti dico, o stupido filantropo, che io lesino il dollaro, il centesimo e il millesimo, che io dò a coloro che non mi appartengono ed ai quali io non appartengo. Vi è una classe di persone dalla quale io sono comperato e venduto per certe affinità spirituali, e per cui io andrei in prigione, se fosse necessario; ma le vostre carità popolari, la costruzione di ricoveri per il vano scopo per il quale sono costrutti; le elemosine agli stupidi e le 10.000 società di soccorsi...! Io confesso con vergogna che talvolta mi arrendo, e dò il dollaro, ma è un dollaro malvagio, che dopo qualche tempo avrò il coraggio di ritirare.