70. Questo opuscolo morale, scritto in venticinque giorni, tratta delle principali questioni attinenti al matrimonio: della sua essenza, della economia domestica, del coito, dell'allevamento dei figli. Si intende da sè che le massime non sono attinte alla pratica, ma all'erudizione del suo precettore; però un elemento pratico c'era, quello attinto al senno e all'esperienza di Zaccaria Trevisan, morto tre anni innanzi, uomo ascoltato sempre con affettuosa riverenza dal giovinetto Barbaro. In quel libro egli depositò tutta l'erudizione latina e greca, che aveva acquistato nei due anni di scuola di Guarino. Erano purtroppo lavori di semplice parata, condotti sugli esemplari classici, senza anima e senza sentimento, senza un alito di quella vita che allora viveano; la sola parte lodevole e durevole era l'acume dell'ingegno e la vivacità della forma.

71. Il Barbaro fece nè più nè meno di quello che s'aspettava il Barzizza, gran fabbro di lettere esercitatorie e di orazioni accademiche. Il Barzizza infatti saputo della pubblicazione di quel trattato, ne scrisse al Barbaro domandandogliene una copia. «Attendo la tua Res uxoria, che sento aver tu pubblicato testè. E mi si dice anche che il lavoro risponda degnamente al tuo ingegno e ai tuoi studi. Non dubito punto che esso sia scritto con senno ed eleganza; giacchè l'avrai certamente infiorato in molti luoghi di sentenze latine e greche; ma desidero vederlo per poterlo giudicare più col mio giudizio che con quello degli altri.»

72. Primo a riceverne copia fu naturalmente Lorenzo dei Medici e da lui gli amici fiorentini che lo lodarono. L'ebbe e lo ammirò Niccolò Pirondoli a Ferrara. A Costanza Guarino lo mandò allo Zabarella, presso cui lo lesse il Vergerio, il quale poi ne scrisse parole di grande elogio al medico veneziano Niccolò Leonardi. E da Guarino lo ricevette anche il Poggio, che lo passò al Rustici e a Biagio dei Guasconi. Il Poggio gli rispose che da quel saggio c'era da ripromettersi assai bene del giovinetto autore, ma che egli più che mai nel leggere il trattatello si era distolto dal pensiero di prender moglie, considerando i gravi pesi di quello stato.

73. Questo quanto riguarda i frutti dati negli studi latini. Nè minori furono quelli dati, specialmente tenuto conto della novità, negli studi greci, i quali anzi in Venezia ebbero un vero fondamento e ricevettero incremento solo per opera di Guarino. Tra la fine del 1415 e il principio del 1416 il Giustinian aveva tradotto il Cimone di Plutarco, rendendo così, come dice Guarino, testimonianza di gratitudine alla memoria del Crisolora, che primo aveva aperta la via alla cultura greca in Italia. Nel medesimo tempo il Barbaro tradusse l'Aristide dello stesso Plutarco. Questi due primi saggi furono subito mandati a Verona al Salerno, che li avrà comunicati certamente agli amici di colà. Ben presto seguirono due nuove versioni da Plutarco: del Lucullo per opera del Giustinian e del Catone per opera del Barbaro. Le quattro vite erano già pubblicate nella fine del 1416 e vennero spedite al Traversari a Firenze e al Gualdo a Padova.

74. Questi studi greci, appunto perchè una novità, incontrarono qualche opposizione a Venezia. Organo di tale malcontento si fece Lorenzo Monaco, cancelliere di Creta, dando così il primo esempio della guerra, che diventò poi famosa, tra la letteratura greca e la latina. Lorenzo Monaco, già amico del Barbaro e ammiratore de' suoi lavori, quando lo vide tutto inteso agli studi greci, gli scrisse una lettera per dissuadernelo, cercando di mostrare che tanto lo studio del greco quanto le traduzioni dal greco erano inutili. Il Barbaro replicò con una lettera assai vivace, nella quale sostiene la necessità degli studi greci e l'utilità delle traduzioni dal greco, appoggiandosi all'autorità degli antichi e all'esempio dei più grandi traduttori moderni, Guarino e il Bruni. Di questa lettera Guarino mandò una copia al Gualdo a Padova, mentre da Firenze glie l'avea chiesta il Bruni, il quale, paladino come era degli studi greci, voleva entrare in lizza a rompere una lancia per essi.

75. La seconda metà del 1416 Venezia fu visitata dalla peste, lo spauracchio di Guarino, uomo forte e coraggioso, meno che davanti all'epidemia. Già sin dal maggio se ne vociferava e si diceva che Guarino in compagnia del Barbaro si sarebbero rifugiati a Firenze. Invece si rifugiarono a Padova, dove li troviamo al principio di luglio. Vi venne più tardi anche Zaccaria Barbaro con la famiglia e Vittorino da Feltre, che in quei giorni stava a Venezia. Nel tempo della sua dimora a Padova Guarino ricevette dal Poggio la famosa lettera sul supplizio di Girolamo da Praga e lo ricambiò con la sua sulla vittoria di Gallipoli.

76. Era ancora a Padova sul finire dell'anno, ma non pare sia sempre stato fermo colà, poichè almeno una volta fu certo a Verona. «Ho errato qua e là, egli scrive, come uno Scita e un Nomade». E di ciò si preoccupava non poco: «mi par mill'anni che finisca questa pestilenza e che noi possiamo tornare ai nostri studi; giacchè come il vomere non adoperato irrugginisce, così l'animo non esercitato illanguidisce. Ormai intorno alle tempie spuntano i capelli bianchi, la vecchiezza s'avanza (aveva allora 42 anni) a gran passi e lo scrigno è vuoto». Eppure c'era chi lo faceva ancora (come in fin dei conti era veramente) uomo fresco e voleva dargli moglie. Racconta egli che mentre stava a Padova vennero da lui alcune persone, che dopo un preambolo preso alla larga gli proposero un buon matrimonio. Guarino rispose celiando, che le mogli non gli piacevano, se non finchè erano mantenute dagli altri; che del resto la moglie egli l'aveva e cercava da un pezzo di far divorzio: questa moglie era la povertà. Ma il proposito negativo non durò molto tempo.

77. Di ritorno a Venezia nel 1417 tradusse il Temistocle di Plutarco e lo dedicò a Carlo Zen, il quale, quantunque più che ottuagenario, trovava modo di occuparsi di letteratura; ma erano gli ultimi lampi di una vita agitata, spesa in pro' della patria; e il dì 8 maggio dell'anno seguente, 1418, chiuse la sua carriera mortale, accompagnato dalla parola calda ed eloquente del Giustinian, che gli recitò l'orazione funebre in mezzo all'ammirazione degli astanti. Assisteva un pubblico sceltissimo, tra cui anche gli amici della corte di Ferrara. Fu un nuovo trionfo per Guarino, il quale aveva ormai resi celebri i suoi tre migliori scolari, educandoli così in pari tempo a quella disinvoltura presso il pubblico, che è tanto necessaria a chi si applica all'amministrazione dello stato. E tutti e tre riuscirono uomini di stato, superiore a tutti il Barbaro, ma benemeriti anche il Giustinian e il Giuliani. Il Giuliani anzi era già entrato da prima nella carriera pubblica; e mentre studiava sotto Guarino aveva ottenuto l'ufficio di cassiere in Padova. Alla fine poi del 1417 lo incontriamo, probabilmente in qualità di ambasciatore della repubblica, a Costanza, dove si era pure recato da Padova il Barzizza, con la speranza forse di migliorare fortuna nella prossima elezione del nuovo pontefice, la quale dovea por termine allo scisma.

78. Per tal modo furono raddoppiate le relazioni, già sì frequenti e cordiali, tra Costanza e Venezia. Da Venezia infatti andavano di quando in quando ambasciatori a Costanza, come il Floro, che aveano amici comuni nelle due città; da Venezia partirono nel 1415 per il Concilio i cardinali veneti; da Venezia passò, diretto a Costanza, Carlo Malatesta, procuratore del pontefice veneto Gregorio XII. Tra Venezia e Costanza erano attivi gli scambi di lettere e codici col Poggio, il Vergerio, lo Zabarella, Bartolomeo da Montepulciano dall'una parte, con Guarino, il Barbaro, Niccolò Leonardi dall'altra.

79. La corte pontificia era giunta a Costanza il 28 ottobre 1414 con Giovanni XXIII e ne ripartì il 16 maggio 1418 con Martino V. Giovanni XXIII quando vide non potersi più sostenere di fronte al Concilio, fuggì di là il 19 marzo 1415, ma ripreso fu solennemente destituito il 29 maggio dello stesso anno. A questo atto ne seguì un altro il 4 luglio 1415, cioè la rinunzia di Gregorio XII per mezzo del suo procuratore Carlo Malatesta. Da allora in poi il Concilio, più libero nella sua azione, discusse e approvò una serie di provvedimenti e di riforme ecclesiastiche; da ultimo nell'8 novembre 1417 i cardinali e i vescovi entrarono in conclave, dal quale l'11 uscì eletto Martino V.