80. Tra i personaggi di nostra conoscenza troviamo a Costanza il cardinal fiorentino Zabarella, buon letterato e filosofo e generoso mecenate degli studi, «l'asilo dei dotti», come lo chiama il Poggio, sotto la cui protezione e al cui servizio stavano il Rustici, il Vergerio, Bartolomeo da Montepulciano. C'era il vescovo Capra addetto, come sembra, alla corte dell'imperatore Sigismondo; c'erano il Poggio, il Crisolora, il Loschi, il Bruni, arrivato quest'ultimo in ritardo verso la fine di decembre 1414: tutti quattro al servizio di Giovanni XXIII. Altri di minor conto, ma che pur meritano di essere ricordati, erano Biagio Guasconi, Caronda, Zomino da Pistoia, Bartolomeo del Regno, Benedetto da Piglio.
81. Deposto Giovanni XXIII, i suoi segretari si trovarono squilibrati e senza appoggio. Già prima della deposizione il Bruni, che aveva odorato il vento infido, sin dal principio del marzo 1415 avea preso il volo ed era tornato a Firenze, donde non si mosse più, attendendo tranquillamente ai suoi studi prediletti. Anche il Loschi nel corso del 1415 partì di là e si ritirò nella natia Vicenza aspettando tempi migliori. In compenso nella seconda metà del 1417 quel circolo di letterati si accrebbe del Giuliani e del Barzizza; ma nessuno potè compensare due gravi perdite: quella del Crisolora nel 1415 e quella del cardinal Zabarella il 26 settembre 1417, al quale il Poggio recitò l'orazione funebre, comunicata poi a Guarino a Venezia e da Guarino agli amici di Padova, città nativa dello Zabarella, dove avea tanti anni studiato e insegnato.
82. Ci fu in queste relazioni tra Venezia e Costanza anche un piccolo scandalo. Sul principio del 1416 Caronda sparse la voce che Guarino avesse composto un libro, nel quale avea raccolto tutti gli errori dei recenti traduttori dal greco; il Bruni naturalmente, come il più attivo dei traduttori, vi era impegnato. Bartolomeo da Montepulciano ne scrisse a Guarino chiedendogli una copia dell'opuscolo. Guarino gli rispose meravigliato di una simile fandonia e se ne lagnò anche col Poggio, che fece del suo meglio per cancellare ogni traccia della malevola invenzione; e tutto per allora finì lì.
83. Dal soggiorno della corte pontificia in Costanza l'umanismo ripete uno dei più grandi impulsi, venutogli con le scoperte di codici latini, delle quali il Poggio fu l'eroe. Approfittando dell'ozio che gli concedeva l'interregno pontificio egli intraprese da Costanza alcuni viaggi, parte in Francia, parte in Germania. Quelli in Francia, che furono i primi e li fece da solo, cadono nella seconda metà del 1415. Andò a Parigi, dove trovò un Nonio Marcello, che del resto era conosciuto, se non letto, già innanzi, poichè fin dal 1407 si sapeva esisterne una copia in Pavia. Trovò a Cluny un primo nucleo di orazioni ciceroniane e un secondo a Langres.
84. I viaggi in Germania invece cadono negli anni 1416 e 1417. Il centro di questa seconda serie di esplorazioni fu la badia di S. Gallo, dalla quale egli mosse alle badie circostanti. Qui il Poggio ebbe compagni il Rustici e più ancora Bartolomeo da Montepulciano. Anzi Bartolomeo nel febbraio 1417 proseguiva per proprio conto le ricerche e giusto in quel tempo scoperse a S. Gallo un Vegezio e un Festo.
85. Le notizie delle scoperte volavano subito per tutto, specialmente a Firenze e a Venezia. Da Venezia il 6 luglio 1417 il Barbaro scriveva al Poggio una lunga lettera di congratulazione, nella quale si trovano nominati i migliori acquisti fatti: Tertulliano, Silio Italico, Marcellino, Manilio, Lucio Settimio, Valerio Flacco, Capro, Probo, Eutichio, Nonio Marcello, Lucrezio, Asconio Pediano, Quintiliano, oltre ai suaccennati scoperti in Francia e a quelli di cui ci ha lasciato notizia il Rustici, cioè Vitruvio, Prisciano (Partitiones XII versuum Aeneidos) e Lattanzio (De utroque homine).
86. Questi autori o erano interamente ignorati o mal noti. A Venezia e a Padova arrivò subito un Marcello, non dopo la metà del 1416; Guarino e il Barzizza ebbero anche un Asconio, Guarino un Lucrezio. Ma i due più preziosi acquisti furono Quintiliano e le orazioni di Cicerone. Un Quintiliano l'ebbe Guarino dal Poggio, uno il Barzizza, probabilmente dal cardinale Branda Castiglioni. Il Poggio poi scoprì un secondo Quintiliano, di cui si impossessò e che portò o mandò in Italia: quello stesso che ora si conserva nella Laurenziana di Firenze. Anche di questo ricevette Guarino copia dal Poggio.
87. Per le orazioni di Cicerone invece Guarino e il Barbaro si dovettero rivolgere al circolo fiorentino, con cui il loro commercio epistolare non era meno vivo che con quello di Costanza, specialmente per alcuni Veronesi, che dimorando in Firenze contribuivano ad alimentare la corrispondenza tra le due città. Veronese era Galesio della Nichesola, ufficiale della mercanzia negli anni 1416-1417; veronese il Salerno, podestà nel 1418, col suo vicario Guglielmi; veronese Paolo de Paolinis, professore di filosofia morale. Nel 1418 Guarino raccomandava per l'ufficio della mercanzia in Firenze Filippo di Cipro al Corbinelli, allo Strozzi, al Barbadoro, al Boninsegni. E in uno di quegli anni fece, in compagnia di suo zio Francesco, una gita a Firenze il piccolo Ermolao Barbaro, che vi conobbe il Marsuppini, il Traversari e gli altri. Guarino era tornato in pace col Niccoli sino almeno dal 1416 e con lui e col Traversari scambiava codici.
88. Questo commercio avea di solito per intermediario il Barbaro, la cui corrispondenza col Traversari era copiosissima. Il Niccoli mandava a Venezia le orazioni di Cicerone scoperte dal Poggio e le Epistole ad Attico, rendeva conto di un Tucidide vendutogli dall'Aurispa a Pisa, di un Trogo scoperto dall'Adimari in Spagna e mandava le orazioni di Demostene tradotte dal Bruni. Il Traversari poi inviava a Venezia le lettere del Crisolora, copiava per il Barbaro l'Agesilao di Senofonte ed emendavagli un Lattanzio; traduceva la Scala Santa e Grisostomo e ne spediva copia a Venezia.
89. Da Venezia non erano meno generosi; di là partivano le nuove produzioni del Barbaro e del Giustinian; di là Guarino spediva gli opuscoli di Senofonte e il Barbaro colmava una lacuna al Livio del Traversari. La ricca collezione del Barbaro, della quale presentemente stava compilando il catalogo, fornì ai Fiorentini le lettere di Platone e di Basilio, un Nicandro, Alessandro Afrodisio, un Apollonio, un Filostrato, un Diogene. Anche Venezia ebbe la sua importante scoperta, poichè Guarino nei primi giorni del 1419 trovò fra molti codici sacri l'Epistolario di Plinio in otto libri, antichissimo, ora perduto, e che fu l'archetipo di una intera famiglia di codici Pliniani.