148. Con Padova Guarino mantenne rapporti negli anni 1419-1420, finchè ci si trovarono il Gualdo ed il Barzizza, al quale ultimo domandò sulla fine del 1419 Quintiliano e Asconio Pediano, per cominciare il suo corso di retorica a Verona. Ma quando il Gualdo si stabilì definitivamente in Vicenza, sua patria, e il Barzizza nel 1420 si trasferì a Milano, invitato dal Visconti ad insegnare colà, vennero a mancare i principali vincoli che tenevano congiunto Guarino a Padova, se si eccettui il breve tempo nell'estate del 1421, in cui ci soggiornò il Barbaro, che era fuggito da Venezia per la pestilenza.

149. Vivissime sono invece le relazioni con Venezia. Di là giunse nel 1419 la triste notizia della morte di Giona Resti, vittima della pestilenza. Nel 1420 l'amico Cristoforo Parma, il maestro vagante, lasciò Venezia e andò a insegnare a Vicenza, sua patria, chiamatovi dalle continue insistenze dei concittadini, con gran dispiacere di Leonardo Giustinian, il quale aveva affidato alla sua cura il piccolo Bernardo. Il Giustinian quando dava a Guarino questa notizia, stava a Murano, dove trascorreva tranquillamente i mesi del calore estivo, riposandosi dalle fatiche dei pubblici uffici e cominciando ad esercitarsi nel canto, che egli poi adattò alle Laudi, delle quali divenne in seguito autore fecondo e famoso.

150. A Venezia il Barbaro, che non aveva ancora principiato la sua carriera diplomatica e amministrativa, continuava a studiare e a ricorrere a Guarino per lumi. Era anch'egli ammogliato e la sua Maria già era diventata amica della Taddea di Guarino. E amici comuni erano molti Veronesi, quali il Maggi, il Pellegrini, il Brenzoni, i Verità. Nel 1421 il Barbaro peregrinò alcuni mesi a cagione della pestilenza che infestava Venezia e si incontrò con Guarino nel 1 ottobre a Montagnana. In quest'anno Guarino compose l'orazione funebre per Giorgio Loredan. L'anno seguente un'altra morte di persona veneziana lo rattristò, la morte di Bianca, modello delle madri di famiglia, figliuola di Francesco Pisani allora podestà di Verona.

151. La venuta di Ermolao Barbaro a Verona avea resi più intimi i vincoli di Guarino con la famiglia Barbaro. Era stata anzi progettata una gita di Guarino a Venezia; ma siccome era d'inverno e tempo piovoso, egli preferì, diceva, di andarci «con la penna piuttosto che coi piedi». Del resto il Barbaro stava sulle mosse per recarsi a Treviso ad assumere la pretura di quella città, che fu il primo suo passo nella carriera pubblica. Entrò in carica agli ultimi di decembre 1422 e la depose nel decembre dell'anno seguente.

152. In quell'anno (1423) Treviso diventò un piccolo centro umanistico; bastava il Barbaro per dar vita a un circolo letterario, ma ci capitò anche il Giustinian. Vi andarono pure i due famosi minoriti, Alberto da Sarteano, uscito allora dalla scuola di Guarino, e Bernardino da Siena, che dopo aver predicato a Treviso passò nel settembre a Feltre e indi a Belluno. Guarino invidiava al Barbaro e al Giustinian i colloqui coi due monaci; e realmente i due patrizi veneti e Guarino appartenevano a quella categoria di umanisti, che conciliavano la cultura pagana con un sincero sentimento cristiano. Il Barbaro di natura sua tendeva all'ascetismo e agli studi sacri; anzi dopo l'incontro con fra' Bernardino prese l'abitudine di intestare le lettere da Gesù, di che più tardi lo canzonava il Poggio; il Giustinian fu cantore di Laudi ed ebbe un fratello beatificato, Lorenzo; Guarino era studiosissimo dei testi sacri ed ebbe in casa un figlio sacerdote, Manuele.

153. A questa piccola ma eletta schiera si aggiunse Flavio Biondo, che giunse a Treviso nella seconda metà inoltrata dell'anno stesso 1423. Il Biondo era andato nel 1422 da Forlì sua patria a Milano a trattare in nome della sua città qualche pubblico interesse. Arrivò a Milano appunto nel tempo che il Barzizza era occupato a decifrare il codice Lodigiano delle opere retoriche di Cicerone. E approfittò dell'occasione per trarsi copia del Brutus, che mandò al Giustinian a Venezia e a Guarino a Verona. Così si mise in relazione con gli umanisti veneti. Nel ritorno in patria si fermò a Ferrara, dove conobbe quei letterati, tra cui il Mazzolati; e fu anzi col mezzo di lui che fece recapitare il Brutus a Guarino. Arrivò in Forlì al principio del 1423, quando già si preparava la sommossa contro gli Ordelaffi, alla quale prese parte anch'egli. La sommossa scoppiò nel maggio, ma ebbe infelice esito, perchè la città fu occupata dal Visconti. Il Biondo con tutti gli altri complici dovette esulare. Errò in qua e in là; nel luglio ci comparisce a Verona, più tardi lo rivediamo a Ferrara, ad Imola; finalmente fu invitato a Treviso dal Barbaro, che lo prese come proprio segretario. E così il Biondo trovò per qualche tempo una posizione onorevole presso la repubblica di Venezia, di cui fu poi fatto cittadino.

154. Saputo Guarino dal Casalorsi che il Biondo era tornato col Barbaro da Treviso a Venezia, gli scrive per alcuni codici, che lo prega di fargli avere da Pietro Tommasi. Il Biondo e il Tommasi dunque si erano conosciuti. Nel gennaio e febbraio di quell'anno, 1424, i Veneziani ospitarono l'imperatore di Costantinopoli, e il Barbaro e il Giustinian lo accolsero con un discorso greco; il che tornò a lode del loro maestro Guarino, il quale pochi giorni dopo vide parimenti l'imperatore a Verona. Alla metà di aprile Guarino per un'ambasceria andò a Venezia e rivide gli amici. Troviamo quest'anno alla sua scuola a Verona Bernardo Giustinian insieme con Ermolao Barbaro, ma le lezioni furono interrotte dalla pestilenza. I due allievi al primo affacciarsi del pericolo si rifugiarono a Venezia, dove contava di recarsi pure Guarino.

155. E ci andò infatti alla fine di luglio per apparecchiare il posto alla famiglia, ma tornato a Verona dovette mutar direzione, perchè Venezia chiuse i passi ai provenienti da luoghi infetti. Quando gli amici di Venezia seppero del dispiacevole contrattempo e che Guarino era confinato sulle montagne tirolesi, tutti unanimi, il Parma, il Barbaro, il Giuliani, i Giustinian, sin dal principio di settembre fecero pratiche presso Guarino per trarlo fuori di là in luogo migliore e gli offrirono intanto Murano, finchè si fosse tolto il divieto. Non accettò, forse perchè a Pergine si era accomodato abbastanza bene. Qualche mese dopo Venezia offriva a Guarino un nuovo collocamento come professore; la proposta partì dal Barbaro, dal Giustinian e dal Giuliani. Guarino stette un po' in dubbio ma poi rifiutò, perchè riconfermato a Verona.

156. Del 1425 andò a stabilirsi in Venezia il suo scolaro Martino Rizzoni in qualità di institutore privato in casa Tegliacci. Guarino lo mise subito in relazione coi principali suoi amici veneziani e corrispondeva frequentemente con lui per sorreggerlo coi suoi amorevoli e savi ammonimenti nei primi passi della nuova carriera e animarlo nei primi scoraggiamenti. Infatti non tutti i figli del Tegliacci corrispondevano alle cure del Rizzoni; ma il vecchio maestro gli ripeteva di lasciar correre l'acqua per la china, inculcandogli l'uti foro di Terenzio. A suo tempo poi interpose i propri buoni uffici presso il Tegliacci per fargli ottenere un aumento di onorario. Nel 1426 Guarino si servì del Rizzoni per diffondere a Venezia l'elogio funebre del Salerno. Così l'ebbero il Giustinian e il Barbaro. Il Barbaro nella metà di quell'anno era stato ambasciatore a Roma e nel ritorno a Venezia diede relazione a Guarino di una gita a Genzano e dei codici greci che vide nel chiostro di quel paese. Di un'altra ambasceria a Roma fu incaricato il Barbaro due anni dopo, nel 1428, e in quell'occasione portò con sè il nipote Ermolao.

157. Nel 1427 ritornava da Costantinopoli a Venezia Francesco Filelfo, il quale avviò pratiche con Bologna per ottenervi un posto di professore. L'intermediario di queste pratiche fu Guarino.