139. Quel fatto d'arme levò gran rumore allora e commosse l'animo anche del nostro Guarino, che ideò un'orazione in lode del vittorioso condottiero. Intorno all'orazione lavorava nel principio del 1428; nel febbraio era già compiuta. Dopo di aver detto nell'esordio che anche il tempo presente non difetta di uomini illustri e che è giusto rendere il dovuto omaggio alla grandezza del Carmagnola, Guarino divide il discorso in due parti. Nella prima parte espone la vita del condottiero, nella seconda ragiona delle sue virtù militari e civili. Le virtù militari vengono messe in luce specialmente con la vittoria sul Malatesta a Brescia (del 1421) e con la vittoria di Maclodio (del 1427); le virtù civili col governo di Genova affidatogli dal Visconti. Termina Guarino col celebrare la repubblica veneta, che seppe comprendere e apprezzare i meriti del valoroso condottiero, quando appunto egli era fatto segno all'invidia e alla calunnia.

140. La prima metà dell'anno 1428 corse tranquilla. Ma tra la fine di giugno e il principio di luglio si manifestarono dei sintomi di peste a Verona. I cittadini cominciarono a mettersi in salvo e gli scolari disertarono le lezioni; allora anche Guarino provvide ai casi suoi e si ricoverò a Valpolicella sulla fine di luglio. Ivi stette almeno un tre mesi, attendendo sempre allo studio con gli allievi convittori, e quando si assicurò che il pericolo era cessato, tornò in città. Nel decembre i timori si rinnovarono e già erano corse pratiche tra Guarino e lo Zilioli per cercare un rifugio in Ferrara.

141. Sui primi del 1429 abbiamo una sosta. Però nel marzo si riaffaccia il pericolo: ci furono alcuni casi di morte. Che si farà? giacchè Guarino sente che anche Ferrara è minacciata. Negli ultimi di marzo le morti aumentano e Guarino ha ricevuto un nuovo invito di recarsi a Ferrara. Questa volta alle premure dello Zilioli si sono unite quelle del marchese; Guarino non può rifiutare e ringrazia. Ma come staccarsi dai suoi Veronesi, che gli vollero tanto bene? Gli bisogna tempo: «non uno strappo vuol essere, ma una scucitura»; aspettino almeno tutta l'estate che egli possa accomodare le sue faccende.

142. Se non che il morbo incalza e il tre d'aprile Guarino si decide alla partenza, domandando al marchese la lettera di passo per i suoi stati; chiede al Consiglio di Verona la licenza di assentarsi con la famiglia e gli viene concessa con deliberazione del 7 aprile. Qualche giorno dopo imbarcò la famiglia e poche masserizie e per l'Adige prese la via di Ferrara, dove lo troviamo già il 23 d'aprile.

143. Guarino in Verona insieme con le funzioni di maestro esercitò anche quelle di cittadino. Non passò anno dal 1420 al 1428, in cui egli non avesse un posto nelle pubbliche amministrazioni della sua città. Fu dei 72 deputati totius anni nel 1421. Fu consigliere aggiunto nel 1422, consigliere effettivo dei 50 nel 1423, 1425, 1427, 1428; consigliere dei 12 nel 1424, 1426. Nel 1425 fu della commissione per il riordinamento dello spedale di S. Giacomo e Lazzaro.

144. Fece parte di parecchie ambasciate: di una a Vicenza nel 1425 per una questione di acque che danneggiavano il territorio veronese; di una a Venezia nel 1424 per una questione che aveva il comune di Verona col clero riguardo alle collette. È questa probabilmente l'ambasceria, nella quale Guarino «mise in opera tutta la propria energia, affrontando anche coraggiosamente le suggestioni degli avversari». Per la medesima questione tornò a Venezia nel 1425. Ambasciatore a Venezia lo incontriamo anche nel 1428 per ottenere l'allontanamento di alcune bande armate, che infestavano le campagne del Veronese. Quando non poteva andare egli in persona, scriveva. Così scrisse a Francesco Barbaro raccomandandogli l'interesse di alcuni Veronesi; scrisse a Daniele Vettori parole forti e infiammate per muovere il governo della Serenissima a mettere un riparo alle continue sollevazioni dei contadini delle campagne veronesi; scrisse a Lodovico principe di Fermo nel suo passaggio per il territorio di Verona pregandolo di risparmiare i contadini.

145. Nelle occasioni solenni la parola dotta ed elegante di Guarino si faceva interprete dei sentimenti universali della città, come nel 1423 per l'elezione del doge Francesco Foscari, nel 1424 per la venuta in Verona dell'imperatore di Costantinopoli. Ogni anno poi all'entrare o all'uscir di carica dei podestà e capitani, che la Serenissima mandava a Verona, Guarino componeva quei discorsi d'uso, ai quali sapeva sempre dare un certo carattere di originalità. Essi ci sono rimasti tutti; e quanto piacessero allora, è dimostrato dal gran numero di esemplari che ne furono tratti. Guarino faceva anche il consulente gratuito, soprattutto quando era chiamato in lite qualche povero, che non aveva i mezzi e tanto meno il coraggio di tener testa alle prepotenze di qualche insolente.


146. Questo il quadro della vita e dell'operosità di Guarino negli anni che dimorò a Verona. Ma Guarino non visse solo per Verona e per i Veronesi, sibbene anche per gli amici e colleghi che avea di fuori; anzi per un umanista la vita consiste più, si può dire, nel commercio epistolare con gli amici di fuori, che negli avvenimenti del luogo dove egli insegna. E noi infatti vedremo che una vasta e molteplice rete di relazioni congiunge Guarino con un gran numero di città e di circoli letterari, i quali saranno ora passati brevemente in rassegna. Così avremo la seconda parte e il compimento del quadro.

147. Per cominciare dalle città della Serenissima repubblica veneta e dall'estremo settentrione, incontriamo a Cividale nel Friuli un gruppo d'amici, anzi di parenti di Guarino per parte di sua moglie: i Gioseppi, famiglia oriunda di Verona, della quale vivevano due fratelli Pietrobono e Costantino; aveano una nipote Bartolomea, cugina per parte di madre di Taddea, moglie di Guarino. Era allora in Verona Lodovico Ferrari, figlio di Cecilia, un giovinetto che studiava con Guarino, cugino egli pure per parte di madre di Taddea e di Bartolomea. Le relazioni tra i parenti di Verona e di Cividale erano cordiali, perchè alla fine del 1423 Guarino avea ideato di rifugiarsi a Cividale per la pestilenza. I Gioseppi avevano interessi a Verona, pei quali si pigliava cura Guarino, che alla sua volta li teneva informati delle proprie notizie, p. e. della morte della suocera, del numero dei figliuoli, della salute della moglie. Nel 1428 la Bartolomea si sposò a Giovanni da Spilimbergo, buon maestro di retorica, che insegnò a Cividale e ad Udine; e da allora in poi si strinsero intimi legami di amicizia tra Guarino e il maestro Giovanni. L'annunzio del matrimonio fu dato da Giovanni stesso a Guarino, il quale rispose congratulandosi e accettando la sua amicizia. Lettere di congratulazione scrisse anche il piccolo Lodovico Ferrari.