129. Era appena tornato Guarino, che il Consiglio nella seduta del 10 gennaio 1425 lo confermò per un altro quinquennio con le medesime condizioni del primo. Però nelle considerazioni che accompagnano la proposta ce n'è una nuova e che torna a lode di Guarino, dove si dice che il Consiglio, «avendo inteso dei molti onorifici inviti pervenuti a Guarino da altre città, reputava conveniente non lasciarsi sfuggire un personaggio che era di decoro e di utilità a Verona». La famiglia avrà forse aspettato la primavera; certo era di ritorno nel principio dell'aprile. Guarino pertanto riprese tranquillamente le sue occupazioni, intramezzate da qualche gita fuori. Così ne fece una nell'aprile a Vicenza a trovarvi il Barbaro e il Biondo, ne fece una nel luglio a Montorio e una terza a Venezia nel 16 ottobre per un pubblico incarico.

130. Ma la gita a Montorio fu per una funesta circostanza, la morte della suocera, che egli amava e apprezzava molto perchè virtuosa quant'altra donna mai. «Le faccende domestiche erano per essa un passatempo; avea senno e prontezza virile negli affari di maggior gravità; conosceva bene il mercato, ponderava le parole, nelle liti era rispettato il suo consiglio, in casa faceva ella da medico». Era morta di perniciosa sulla fine di giugno e Guarino sentì bisogno di un poco di pace campestre per mitigare il dolore della perdita. Nell'autunno non andò egli a Valpolicella, mandò invece la moglie a sorvegliare la vendemmia, poichè essa dopo la morte della madre «era diventata erede come delle sostanze così delle incombenze materne».

131. Intorno all'agosto incontriamo a Verona il Giuliani coi figli e con Filippo Camozzi, maestro di casa. Forse era venuto con qualche pubblico incarico del governo di Venezia. Con altri due amici veneziani si trovò Guarino agli ultimi di settembre: i due Ermolai, il Barbaro già suo scolaro e il Donati. Il Donati veniva da Vicenza, dove stava col podestà Francesco Barbaro, a visitare Verona che non aveva mai veduto. Guarino gli fece da guida.

132. Quest'anno abbandonarono la scuola di Guarino due dei suoi più famosi allievi: Martino Rizzoni veronese, più tardi maestro della Isotta Nogarola, il quale andò nel settembre a Venezia come institutore privato in casa Tegliacci; e Giovanni Lamola bolognese, che a un dipresso nel medesimo tempo si ritirò a Bologna, di dove lo ritroveremo nuovamente in corrispondenza con Guarino.

133. Nel giugno dell'anno seguente 1426 ci fu l'arrivo in Verona dei figli Paolo e Bonaventura di Giacomo Zilioli consigliere del marchese di Ferrara; essi venivano alla scuola di Guarino e con ciò si rendevano più intimi i legami d'affetto della famiglia Guarini con la corte di Ferrara.

134. Ma nello stesso mese un avvenimento triste conturbò l'animo di Guarino: la morte di Giannicola Salerno, rapito nella età di soli 47 anni agli amici e alla patria, l'amico d'infanzia e il condiscepolo di Guarino e più tardi il suo rispettoso e amorevole scolaro. Incontrandolo poco innanzi un suo conoscente mentre andava a scuola da Guarino: «Cavalier Nicola, gli disse, che vai a fare a scuola a codesta età»? A cui Nicola: «A viver la vera vita, la vita dello spirito». «E quando finirai»? «Quando sarò stanco di diventar più dotto e più virtuoso». Guarino più che per i suoi meriti come magistrato, lo ammirava per la sua grande virtù. Sono singolari i giudizi che del Salerno hanno dato Lorenzo Giustinian e Bernardino da Siena: due monaci che la chiesa ha beatificati. Il Giustinian diceva che chi amava Dio non poteva esimersi dal venerare il Salerno. Bernardino poi dopo aver avuto un colloquio col Salerno, nel partirsi da lui si battè il petto esclamando: Povero me, che mi credevo che la virtù albergasse sotto la cappa del monaco; sotto la cappa di quel cavaliere ce n'è tanta da farmi arrossire. Quando morì era uno degli amministratori per la guerra di Venezia col Visconti e nella carestia che in quel tempo travagliava Verona egli si adoperò assai a provvedere di grano i suoi concittadini. Guarino gli elevò un perenne monumento d'affetto in una delle sue più belle orazioni, che egli recitò pubblicamente: «piangeva egli e piangeva il pubblico che lo ascoltava». Indi la mandò al Rizzoni a Venezia, perchè la diffondesse tra i comuni amici dell'estinto, quali i Giustinian e i Barbaro.

135. L'autunno di quest'anno toccò a Guarino andare a Valpolicella a sorvegliare la vendemmia. La moglie dovette stare a Verona per il parto e l'11 ottobre diede in luce il quarto figlio, Gregorio. Nè «tra lo spumar dei tini» dimenticò gli studi, chè tradusse in quei giorni il Filopemene di Plutarco e lo dedicò al Maggi. E nemmeno mancarono le riunioni geniali degli amici, che andavano a Valpolicella a passare un paio di giornate. Anzi in una di quelle occasioni, dopo pranzo, Guarino comunicò «per frutta», egli dice, una lettera da Firenze di Mariotto Nori. Erano presenti il Lavagnola, il Genovesi, il Brugnara, il Faella, il Maggi e altri. A Firenze per opera di un «uomo di vetro», di un «fanfarone» era successo un piccolo scandalo alle spalle di Guarino; e il Nori gliene dava partecipazione. Guarino ben lontano dall'adontarsene, lesse in crocchio e commentò la lettera, ridendo egli il primo ed eccitando le risate dell'uditorio.

136. Nel 1427 Guarino fabbricò. I figli gli crescevano, egli dice, e la casa doveva essere allargata. In effetto i figli crescevano, perchè dal 1421 al 1426 gliene nacquero quattro e presentemente la moglie era incinta del quinto, che nacque tra l'ottobre e il novembre e fu anch'esso maschio, Niccolò. Guarino non sospettava certo che il numero avrebbe continuato a salire fino ad arrivare nel 1441 a tredici: e tutti vivi! Per un uomo che aveva preso moglie a 45 anni non c'era male. I lavori della fabbrica lo importunarono alquanto. «Non mi chieder lettere, scrive al Rizzoni, perchè le riceveresti piene di polvere e di arena. Mattoni, cementi, calcinacci mi rintronano le orecchie, mi offendono le narici; non prendo più libri in mano e son quasi diventato muratore anch'io, sporcandomi tra i ferramenti e la calce. Non vedo l'ora di uscirne».

137. Questo scriveva nell'agosto; nel settembre era a Valpolicella. Ma nemmeno in villa gli die' pace la fabbrica; c'erano sempre dei residui da ultimare, per i quali si serviva della cooperazione dell'amico Benedetto Cremonese, maestro privato. Benedetto era amico della famiglia Guarini e anche della gazza che formava la delizia del piccolo Girolamo; anzi gliela mandò a salutare. Girolamo fu molto soddisfatto dell'attenzione. Il secondogenito Esopo Agostino, che, come il suo omonimo favolista greco, «si dilettava di fiabe e di apologhi rusticani», andò in campagna a S. Floriano a trovare la sua balia, ma ivi ammalò; poco dopo però era fuori di pericolo.

138. Da Valpolicella avea Guarino progettato un'altra gita, come quella del 1419, al lago di Garda col Brenzoni, ma non si potè muovere, un po' perchè avea continue visite di amici veronesi, un po' perchè il numero dei convittori che portava con sè era tanto grande, che quando uscivano «pareano uno stormo di uccelli o di locuste: dove trovar mezzi di trasporto e alloggio per tanta gente?» La sera del 13 ottobre vide dalla villa un gran splendore di fiaccole a Verona. Egli non ne indovinava il motivo; seppe dipoi che si festeggiava la battaglia di Maclodio, vinta il giorno avanti (12 ottobre) dal conte di Carmagnola, condottiere al soldo della repubblica veneta, contro il Piccinino, condottiere al soldo del Visconti.