119. Da Montorio poi faceva frequenti escursioni nei paesi circonvicini a trovarvi gli amici. Così il 26 maggio andò a visitare Giacomo Lavagnola nella sua villa di Poiano; il 4 e 5 giugno fu a Zevio «a rinfrescare l'amicizia» col Faella, che da forse un mese era stato nominato vicario di quel distretto. Qualche giorno dopo dovette incontrarsi a S. Sofia col Salerno e col Maggi e insieme con essi fece la seconda passeggiata a Zevio. E questa seconda riuscì oltre ogni credere dilettevole. «Sta bene lo studio, dice Guarino, ma di quando in quando uno svago ci vuole: tanto per ristorare le forze e tornare al lavoro con maggior lena. In fondo il frutto delle lettere non è mica di amare la solitudine, ma anzi di fuggirla e imparare a vivere nel consorzio degli uomini: non basta vivere, bisogna anche convivere». Il Faella, che conosce il gusto dei suoi ospiti, li accoglie presentando loro senz'altro un bel codice antico di santi padri. Non ci volea di meglio per Guarino, che lo contempla avidamente e rispettosamente e vi leggicchia dentro qua e là. Eccoli intanto a mensa i quattro bravi amici: ma «mensa socratica», sobria e per compenso condita di motti arguti, di urbanità, di citazioni classiche, di serietà e di facezie. «Si siede non tanto per mangiare, quanto per ragionare». E dopo la mensa non mancarono i canti e i suoni. Perchè doveano mancare? «Non fa Vergilio cantare il crinito Iopa alla mensa di Didone? e Omero non fa cantare Demodoco alla mensa di Alcinoo?»

120. Il 25 giugno passò dalla villa di Montorio a quella di Valpolicella per assistere alla mietitura: «l'occhio del padrone ingrassa il cavallo». Ivi trovò anche il tempo di tradurre i Paralleli di Plutarco e mandarli al Lavagnola. Ma non era trascorso un mese dacchè stava a Valpolicella, quando Guarino sente parlare di casi di peste anche nei paesi limitrofi alla villa. Visto dunque che tanto in città, quanto nel contado non c'era più scampo, si risolse di cercare altrove un rifugio e sceglie Venezia. Intanto andrà egli solo a preparare il posto; indi tornerà a prendere la famiglia.

121. Partì il 28 luglio, pernottando a S. Martino in casa dell'amico Concoreggio, per trovarsi pronto il mattino seguente di buon'ora. Andò a Venezia, preparò il posto e dopo pochi giorni fu di ritorno a Verona, dove trovò una brutta novità, la morte del padre di Battista Zendrata. Fa intanto i fagotti e con la moglie e i due bambini va a S. Martino. Ivi mette la moglie, incinta, su una mula, carica i due bambini in due corbelli su un'altra mula, monta a cavallo anche lui e la carovana si muove alla volta di Este per passare di là a Venezia. Ma che è che non è, la famiglia di Guarino agli ultimi di agosto si trova a Trento. Probabilmente appena messisi in cammino, ebbero notizia del divieto ai Veronesi di entrare a Venezia, perchè provenienti da luogo infetto. Allora Guarino mutò strada e si riparò nel Tirolo. Ivi portò anche la suocera.

122. Si rifugiò dapprima a Trento, ma anche là dopo qualche giorno si ebbero casi di peste; e allora egli mutò residenza e ancora ai primi di settembre si trasferì in un paese vicino, a Perzen o Pergine. Il paese gli fece un'ottima impressione. Già era di buon augurio il nome stesso, da περῖ ζῆν (pro vita). «Bella la posizione. Sull'alto del colle il castello, a basso le abitazioni, all'intorno campi ben coltivati, verdeggianti prati, orti fiorenti. Scorre tra mezzo il paese un fiumicello, che con le onde cristalline invita a bere e col mormorio concilia il sonno; e lì presso tre laghi. Ivi divertimenti di caccia e di pesca. Gli abitanti poi abbastanza ospitali e servizievoli». Questa fu la prima impressione; ma dovette ben presto modificarla e infatti più tardi sentiamo che egli giudica molto diversamente i Tirolesi, chiamandoli barbari ed eterni beoni. Un tal concetto dei Tirolesi egli del resto l'aveva alcuni anni innanzi, quando nel 1419 scrivendo al Maggi, che stava a Riva di Trento, diceva di quegli abitanti coi suoi soliti scherzi di parola: ii non tam filiis vacant quam phialas vacuant nec tam liberos patres erudiunt quam Liberum patrem hauriunt.

123. Ed ora al Maggi stesso compie il quadro: «Alcuni popoli ebbero protettore Saturno, altri Nettuno, altri Apollo; qui il patrono è Bacco. A lui è sacro tutto l'anno, anzi tutta la vita di questa gente; ma c'è poi la sua festa solenne. Quel giorno, mattino mezzodì e sera, è un continuo trangugiare inni a Bacco e tutti bevono e chi più beve più crede campare. Uno tracanna i tre secoli di Nestore, un altro tracanna la longevità propria e quella dei figli e dei nipoti. Chi vuota il bicchiere tutto d'un fiato, vive lunga età; chi non lo finisce, guai per lui! la vita gli si troncherà a mezzo. E io che vedo tutto ciò e che ne sento nausea, devo far l'occhio ridente e batter le mani. Me mi chiamano la gru, perchè ho il collo liscio e sottile. Questa gente qui, uomini e donne, hanno il gozzo e taluni tanti piccoli gozzi, come se portassero intorno al collo una collana di ova. E come ne vanno superbi! e chi non ne ha, peggio per lui. Infatti ne vuoi sentire una? Testè è rimasto vacante un posto di parroco. I candidati erano due e il paese tentennava assai nella scelta, quand'ecco si presenta un terzo competitore con un enorme gozzo. Manco a dirlo; è stato scelto lui, per quanto fosse ignorante e poco costumato; ma l'uomo gozzuto qui è il Messia». Altrove chiama porci i Tirolesi, aggiungendo che temeva non gli accadesse quello che accadde ai compagni di Ulisse nell'isola di Circe.

124. Fatta però la dovuta tara allo scherzo e all'esagerazione, nel Tirolo Guarino non si trovò male, eccetto le preoccupazioni per il prossimo parto della moglie e per la scarsezza del danaro. Ma per il danaro pensava il suo parente Zendrata, che ora gli riscuoteva alcuni piccoli crediti, ora si faceva anticipare la mesata dello stipendio. Del resto Guarino ricorreva in ogni suo bisogno alla sagace e affettuosa cura dello Zendrata, col quale corrispondeva frequentemente per mitigare così il dolore dell'assenza. Si teneva in stretta relazione anche col Maggi, al cui consiglio faceva sempre capo prima di prendere qualche grave risoluzione. Nè dimenticava gli altri amici che erano a Verona, quali i fratelli Cattaneo, Damiano Borgo, Leonardo Alighieri, il Guidotti, il Nori, il Genovesi; o fuori di Verona, come il Faella vicario a Zevio e il Salerno rifugiatosi per la peste a Reggio.

125. Ma intanto a Verona si preparava una brutta sorpresa al nostro Guarino. Un poco profittando della sua assenza, un poco della circostanza che tra qualche mese gli scadeva il quinquennio, un poco della maligna calunnia messa in giro da taluni che egli curasse più gli scolari interni che non i pubblici: profittando di tutto ciò qualche suo invidioso prese a muovergli guerra e tanto maneggiò che il Consiglio del comune stava per pigliare la deliberazione di non rinnovare il quinquennio a Guarino e di licenziarlo. Lo Zendrata e il Maggi si adoperarono molto in quest'occasione per scongiurare il pericolo; ma chi più di tutti ruppe una lancia per l'onore di Verona e di Guarino, fu un suo discepolo, il quale pronunziò davanti al Consiglio un bellissimo discorso, splendido monumento della riconoscenza professata dal discepolo e dell'affetto inspirato dal maestro. Peccato che il caso ci abbia negato il nome del generoso giovane.

126. Comincia egli col dire che quella è la sua primizia letteraria e che intende offrirla alla gratitudine che nutriva verso il precettore. Traccia la vita di Guarino per sommi capi, rammentando i suoi primi studi, l'andata a Costantinopoli, il ritorno, la condotta a Firenze, a Venezia, a Verona. Ricorda gli onori e gli elogi tributatigli dalla casa imperiale di Costantinopoli, dai suoi scolari, l'invito a Mantova rifiutato, la magistratura di Scio. Mette in rilievo le benemerenze civili di Guarino verso Verona, ma soprattutto il suo carattere morale, di cui fa un quadro commovente, in particolar modo dove parla della sua generosità nel perdonare o non nuocere ai suoi nemici e del suo amore per la giustizia nel proteggere i deboli contro i prepotenti. Quanto alla calunnia che Guarino prediligesse gli alunni interni a scapito dei pubblici, la respinge sdegnosamente ed energicamente, egli che come studente pubblico non si accorse mai di quella parzialità.

127. Questo fu un altro piccolo trionfo per Guarino, come nel 1421: quantunque egli non avea bisogno di una simile soddisfazione, chè gliene era stata data una da fuori, la quale potea ben compensarlo delle misere invidie di qualche suo concittadino. Infatti nella prima metà di novembre gli venne un invito da Venezia e uno da Bologna. L'invito di Bologna «era più onorifico per l'antichità e la fama di quell'Ateneo», l'invito di Venezia «era più lucroso per le vecchie e rispettabili conoscenze» che vi avea Guarino. Egli stette in forse fra le due città, ma nel medesimo tempo interrogava gli amici di Verona per sentire gli umori del Consiglio; giacchè egli «preferiva un modesto collocamento in Verona a uno lauto altrove». Il partito degli onesti vinse e lo Zendrata esortò Guarino a ritornare in patria; ciò prova che la rielezione era assicurata.

128. L'appianamento di questa difficoltà fu coronato dal parto felice della moglie, la quale il 7 decembre a Trento, dove erano tornati da Pergine sin dal 21 novembre, diede in luce un maschio. Guarino e i parenti furono contenti del maschio e il padre gli mise nome Manuele per gratitudine verso il suo antico maestro e perchè il figlio avesse uno stimolo continuo a ben fare, se voleva rendersi degno del nome che portava. Così Guarino può pensare al ritorno. Intanto partì lui agli ultimi di decembre, lasciando a Trento la moglie e i bambini, per il ritorno dei quali si sarebbe atteso che fosse passato il crudo rigore invernale.