168. La seconda volta che il Gualdo andò a Firenze fu nel 1425, quando ottenne per mezzo dei buoni uffici di Francesco Barbaro la magistratura della mercanzia in quella città; partì nell'agosto con lettere commendatizie del Barbaro e di Guarino. Così Guarino ebbe occasione di rinfrescar la memoria con gli amici fiorentini. Tornato il Gualdo nel 1426, gli scrisse di un certo scalpore sollevato da un tale a Firenze contro Guarino, su di che dava maggiori ragguagli una lettera da Firenze di Mariotto Nori.
169. Nè fu questo il solo screzio che ebbe Guarino nelle sue relazioni con Firenze. Ce ne fu un altro, e quello veramente dispiacevole. Si trattava del Bruni. Era stato riferito da persone autorevoli, ma pare malignamente, che il Bruni a Firenze in presenza dei Medici e di altri avea sparlato di Guarino in modo da ledergli l'onore. Del che egli sdegnato scrisse, non al Bruni direttamente, e in ciò fece male come egli stesso confessa, ma ad amici comuni, lagnandosi dell'offesa in modo molto vivace e risentito. Per tal guisa l'incidente, che doveva esser leggero, ingrossò e già si minacciava una rottura fra i due vecchi e provati amici. Il Bruni pare sia stato il primo a muovere i passi per toglier l'equivoco e scrisse, verso il febbraio del 1421, al Salerno allora podestà a Siena. Il Salerno si interpose subito tra i due contendenti e con buon esito, poichè Guarino rispose a lui, che il malinteso era cessato e scrisse nel medesimo tenore al Bruni. Il Bruni non rispose, ma non ce ne era bisogno: tutto era appianato di tacito accordo; dall'altra parte stuzzicare certe ferite ancor fresche, sia pure con retta intenzione, è sempre pericoloso; il silenzio è il miglior partito. Del resto Guarino non mancò mai, scrivendo agli amici di Firenze, di mettere i saluti per il Bruni. Quando poi si presentò una favorevole occasione, la nomina del Bruni a cancelliere della repubblica fiorentina nel 1427, allora Guarino se ne congratulò con lui per lettera. E il Bruni rispose in guisa da dare ampia soddisfazione al vecchio amico, toccandogli delicatamente dell'antico litigio e ringraziandolo delle congratulazioni.
170. Del rimanente, tolti questi due screzi, le relazioni di Guarino con Firenze furono sempre cordiali, soprattutto col Niccoli, col Traversari, con Angelo Corbinelli, con Giovanni Boscoli e, meno il piccolo incidente, col Bruni. Nel 1422 Ermolao Barbaro, suo alunno, dedicò al Traversari la versione latina di Esopo. Nel febbraio del 1424 capitò a Firenze dal Traversari frate Alberto da Sarteano, che gli parlò piacevolmente di Guarino. Nel 1423 andò a Verona a studiare con Guarino Mariotto Nori, un raccomandato del Traversari. Il Nori era stato qualche tempo prima commesso d'affari a Venezia di Palla Strozzi; venuto a Verona, vi si trattenne un paio d'anni; indi passò alcuni mesi a Mantova a copiar codici per i principi Gonzaga; tornò a Verona e di là nel 1426 rimpatriò a Firenze.
171. Aveva una bella calligrafia, specialmente nella scrittura che allora chiamavano «antica». Guarino andava in visibilio quando ne parlava e gli fece copiare un Giustino. Era un bravo giovinotto, di buona famiglia, ma aveva un difetto: l'instabilità congiunta a un po' di vanità. Guarino lo chiamava figlio di Eolo sia perchè mobile, sia perchè borioso; quando p. e. parlava de' suoi antenati, contava miracoli e le sparava grosse quanto mai. Ma saputo pigliare per il suo verso, gli si faceva fare quel che si voleva. Nel rimpatriare si fermò a Ferrara, dove conobbe lo Zilioli, che gli propose la trascrizione di un Servio antico e difficilmente decifrabile. Le pratiche durarono a lungo in mezzo a molte incertezze, ma finalmente dopo più di un anno la copia fu compiuta e l'eleganza e l'esattezza dell'esemplare soddisfecero Guarino e lo Zilioli, compensandoli così del patito ritardo.
172. Il numero degli amici di Guarino a Firenze è cresciuto negli ultimi mesi del 1425 con l'arrivo dell'Aurispa, che fu nominato professore di quello studio. Nel 1427 partiva da Verona alla volta di Roma Marco Campesano; nel passaggio per Ferrara fu da Guarino raccomandato allo Zilioli e nel passaggio per Firenze al Nori, al Niccoli, al Boscoli.
173. Non molto intimi nè molto frequenti sono i rapporti di Guarino con Roma, dove non c'è che il Poggio, che lo tenga in una certa corrispondenza con la curia pontificia. E nelle sue lettere a Guarino il Poggio non si dimentica del Barbaro, il quale del resto si trovò con lui due volte a Roma: nel 1426 e nel 1428. Tutte e due le volte ci andò come ambasciatore; nel 1426 di ritorno passando da Firenze riconciliò il Niccoli col Bruni. Non mancavano poi Veronesi che andassero a Roma; così nel 1421 ci fu il Salerno a prendere possesso della dignità senatoria e a recitarvi il discorso di ringraziamento innanzi al papa; nel 1425 c'era il canonico Filippo Regini, alunno di Guarino, nel 1426 un prete Alessandro che dava un po' da dire sulla sua condotta, e non so in quale anno un altro prete, Antonio Malespina vicario del vescovo. A Roma si recò, per non poter reggere al peso delle imposte, nel 1425 un amico del circolo fiorentino, Antonio Corbinelli, e in quell'anno stesso vi morì, con gravissimo dolore e lutto di Guarino, che era stato da lui ospitato in casa propria a Firenze e che l'amava come un fratello. La triste notizia fu partecipata a Guarino dal canonico Filippo e da Guarino al Barbaro, che parimenti stimava ed amava l'estinto.
174. Guarino fece una gita a Mantova, che gli lasciò poco gradita impressione, perchè in tre giorni che vi stette non seppe ben distinguere se era giorno o notte. «Ivi non si vede che acqua e non si odono che rane. Le case sono in maggior numero che gli abitanti; nelle piazze si trovano le alghe e per le strade si inciampa nei porci». Quando vi andò c'era il Giuliani, probabilmente con qualche pubblico ufficio. A Mantova Guarino conosceva il vescovo. Nel 1425 eravi vicepodestà un veronese, Galesio della Nichesola, al quale Guarino scrisse una lettera, perchè rintracciasse una orazione di Cicerone trovata in Verona e migrata colà.
175. Guarino godeva molta stima presso i signori Gonzaga, che lo invitarono alla loro corte come institutore. Non accettò e poco dopo fu invitato Vittorino da Feltre, suo alunno a Venezia, che nutriva sempre amore e rispetto per il suo maestro. I buoni frutti della scuola di Vittorino si videro ben tosto in una lettera che il principino Lodovico, decenne appena, scrisse nel 1424 a Guarino. Guarino rispose compiacendosi dei felici risultati e congratulandosi che dal maestro inetto, che avea prima, fosse passato sotto la disciplina di Vittorino, che egli chiama optimus vir e doctissimus magister e dal quale gode di sentirsi lodato. «Del resto se mi chiama suo precettore, più che merito mio, è bontà e gratitudine sua, il quale ottimo com'è mi decanta quale desidererebbe che io fossi. E quel poco che io gli insegnai, e quanto poco sia stato lo so io, egli lo esagera al punto da far di una pulce un elefante. Prendilo pertanto, se hai fede in me, a guida nella vita e nello studio e imita costantemente il suo esempio ed egli diventerà per te quello che dice Omero di Fenice per Achille: eccellente maestro di ben dire e di ben operare». Il principino gli domandava una redazione corretta dell'Orator di Cicerone e Guarino gliela promette, appena avrà il modo e l'opportunità.
176. Anche a Brescia troviamo un piccolo nucleo di amici di Guarino; ma è costituito non di elementi stabili, sibbene raccogliticci, ed ha breve vita, dal 1427 al 1428; gli elementi appartengono al gruppo veneziano. È il caso a un dipresso di Treviso nel 1423. Brescia fu, si può dire, il perno delle operazioni strategiche della guerra combattuta negli anni 1426-1428 tra Milano e Venezia. La Serenissima mandò a Brescia in qualità di capitano Niccolò Malipiero, in qualità di podestà Pietro Loredan. Il Loredan si portò come cancelliere il Biondo.
177. Il Biondo pertanto era stato nel 1425-1426 a Padova col Barbarigo e ora nel 1426-1427 accompagnava il Loredan a Brescia. Ma in quest'anno lasciò il servizio della repubblica veneta. Forlì dopo un triennio di occupazione viscontea era stata sgombrata e consegnata in potere del papa Martino V, che vi mandò a governarla Domenico Capranica. Il Biondo così era libero di rimpatriare, anzi ottenne un posto presso il Capranica e intanto avea fatto partire per Forlì la famiglia; egli vi andò nell'agosto 1427. Guarino fu in frequente carteggio col Biondo a Brescia, a cui si raccomandava ora perchè gli trovasse una serva, ora perchè gli narrasse gli avvenimenti della guerra. Ma sugli avvenimenti della guerra poteva informarlo meglio Battista Bevilacqua, che aveva un comando nell'esercito sotto la condotta suprema del conte di Carmagnola. E in effetto gli descrisse minutamente la giornata di Maclodio; e della descrizione si giovò Guarino nel comporre l'elogio del Carmagnola, del quale mandò copia al Bevilacqua perchè lo diffondesse. Guarino avea progettato nel maggio di quell'anno, 1427, una gita a Brescia a trovarvi il Biondo, ma non la fece. Non ne dovette smettere del tutto l'idea, perchè in quel torno trattava col Capra, arcivescovo di Milano, un abboccamento a Brescia, quantunque nemmeno questa volta ci andò.