373. A Guarino dunque venne da Niccolò V assegnata la traduzione di Strabone da nessuno prima tradotto. Sin dal 1448 Guarino domandava uno Strabone al Filelfo; ma non pare che sin da allora avesse ricevuto l'incarico dal papa; lo cercava forse per proprio uso. Non so se l'abbia trovato subito; certo lo possedeva nel 1451. L'incarico gli fu dato probabilmente nel 1452, perchè nel principio del 1453 la traduzione era alquanto inoltrata. L'idea di quella traduzione nacque in Niccolò V dall'aver egli saputo che si trovava in Roma uno Strabone in possesso del cardinal Ruteno Isidoro. Ma siccome Isidoro nel maggio 1452 era partito con una missione per Costantinopoli, così avrà fatto intanto cominciare a Guarino la traduzione sul proprio esemplare, il quale era molto guasto: poi gli si sarebbe mandato l'altro da Roma, come fu in effetto. Nel marzo del 1453 Guarino mandava a Giovanni Tortelli alcuni saggi della traduzione; altri ne mandava nel settembre dell'anno stesso; allora aveva quasi finito il libro quarto. Nuovi saggi manda nel 1454, mentre annunzia che lavorava intorno al libro sesto. Nel medesimo tempo Guarino chiedeva danaro. Gli pesava sulle spalle una famiglia molto numerosa e per attendere alla traduzione avea dovuto trascurare i propri interessi e lasciare alcune lezioni private.

374. Nel febbraio 1455 il lavoro avanza con gran lena; ma come dovette essere rimasto il povero Guarino quando nel marzo intese la morte del papa! Per la parte tradotta gli erano stati pagati mille scudi; e per il rimanente che fare? Gli sapeva male troncare a mezzo un lavoro così poderoso; onde si risolse a continuarlo e terminarlo per conto proprio; avrebbe poi trovato il mecenate che lo pagherebbe. Terminò la traduzione nel luglio del 1458. Cercò un mecenate a Firenze, forse tra i Medici, a cui offrirlo, ma l'offerta non fu accettata. L'accettò l'illustre patrizio veneto Giacomo Antonio Marcello, dei cui meriti, specialmente militari, fa ampio elogio nella dedica. Il Marcello alla sua volta dedicò l'opera a Renato di Angiò. Questo fu, dopo la restituzione dei passi greci al commento vergiliano di Servio, l'ultimo grande lavoro di Guarino.

375. Morto Niccolò V, col suo successore Calisto III, indifferente o meglio contrario all'umanismo, Guarino non se la poteva intendere e così si rallentarono i suoi legami con Roma. Già sin dai tempi dello stesso Niccolò V degli umanisti amici di Guarino soli il Tortelli e il Poggio aveano mantenuto regolare carteggio con lui.

376. Le sue relazioni col Poggio non hanno mai perduto della usata frequenza e intimità. Nel 1447 il Poggio pubblicò la traduzione della Ciropedia di Senofonte. Ebbene, Guarino scrivendo al re Alfonso per tutt'altro trovò il modo di nominare il Poggio e la sua Ciropedia, per dirgli che quell'umanista in tarda età (67 anni) aveva, come a Roma Catone, dato opera a studiare il greco e l'aveva imparato prima che si venisse a sapere che egli lo studiava. La stessa lode fece Guarino del Poggio al giureconsulto Francesco Accolti, che allora professava a Ferrara, e la stessa lode ripetè poi direttamente al Poggio, aggiungendogli esser tanto elegante e disinvolta la traduzione, da sembrar proprio opera originale. Nel 1451 vide di mal occhio la polemica tra il Valla e il Poggio, suoi amici, e unì la sua voce a quella di Pietro Tommasi per riconciliarli, se non che furono sforzi inutili i suoi, quelli del Tommasi, del Barbaro e del Filelfo; la guerra finì soltanto con la partenza del Poggio da Roma.

377. Il Poggio lasciò Roma nel 1453, nel quale anno fu chiamato a reggere la cancelleria fiorentina in sostituzione del morto Marsuppini. E da Firenze non interruppe mai la sua corrispondenza amichevole con Guarino, a cui chiedeva saggio della traduzione di Strabone e gli mandava libri per il figlio Battista. Ci fu una piccola nube per una falsa voce giunta all'orecchio del Poggio sul conto di Guarino e del Perotti; ma fu tosto dissipata. «Scusami, o Guarino, se per poco ho alimentato quel sospetto contro di te; la tua lealtà m'era ben nota». E non diceva per complimento, giacchè nel 1456 trattava con lui per mandare alla sua scuola in Ferrara i propri figli; «qui a Firenze, caro Guarino, i figli non li può mandare a scuola chi vuol farli educare a principii di sana moralità; perciò li affido a te». Stupenda invidiabile gloriosa testimonianza di fiducia e di affetto, la quale compendia tutto un mezzo secolo di una operosità didattica mai venuta meno allo scopo, e di una amicizia che non ha riscontri in quell'età.

378. Nell'ottobre 1459 morì a Firenze il Poggio. Dei grandi campioni dell'umanismo nati negli ultimi decenni del secolo precedente erano rimasti a lungo superstiti il Poggio e Guarino; ora restava Guarino solo. L'Aurispa, astro minore, due anni più vecchio di lui, strascicava alla meglio la sua decrepitezza in Ferrara. Nel decembre del 1459 l'Aurispa seppe che si era sparsa la falsa voce della sua morte; egli ne rise, ma poco dopo, nei primi mesi del 1460, la morte venne davvero. Al mancar d'ogni parente, d'ogni amico Guarino soleva scorgere un ammonimento della brevità della sua vita, un'avvertenza a tenersi pronto per il gran passo; ma nessuna morte deve averlo messo sull'avviso come quella del Poggio e dell'Aurispa. Gli erano premorti di pochi anni la moglie e i due figli Niccolò e Girolamo, entrambi nel fior dell'età; egli era sugli ottantasette: poco più poteva tardare anche la sua chiamata.

379. E infatti nei primi di decembre del 1460 ammalò di pleurite. Il giorno 4 sentendosi prossima la fine, si munì dei conforti religiosi e dettò il testamento: lasciava alle due figlie maritate le doti già costituite, alle due figlie nubili e alla orfana di Girolamo 800 lire per ciascuna; ad Agostino la casetta paterna in Verona e alcune terre; a Manuele una parte della casa in Ferrara; a Gregorio la villa di Montorio, alcune terre e un molino; a Leonello la casa di Valpolicella; a Battista la casa grande in Verona. Quel giorno stesso circondato e baciato dagli amici e dai figli, benedicendoli come Giacobbe, placidamente spirò.

380. Il trasporto della salma provocò un piccolo tumulto. I rettori dell'università si disputavano il primo posto nel corteo e la disputa si incalorì tanto, che il feretro venne depositato e lasciato in mezzo alla via. Allora Luigi Casella, scolaro dell'estinto, alzando gli occhi ai cielo: «Vi ringrazio, o Signore, che avete permesso questo scandalo per trarne un bene. L'onore di trasportare la salma doveva essere riservato ai suoi scolari». E radunati altri allievi di Guarino, quali Pietro Costabili, Niccolò Strozzi, Annibale Gonzaga, Francesco Accolti, Pietro Marocelli, Francesco Forzati, si tolsero sulle spalle il feretro e lo portarono alla sepoltura. Gli onori funebri gli furono resi da un altro suo allievo. Luigi Carbone, il quale tessè al maestro un entusiastico elogio, tratteggiando la sua vita, accennando le varie residenze da lui occupate, nominando i più famosi suoi scolari, esaltando le qualità del suo insegnamento e le sue virtù personali.

381. Il secondo giorno dopo la morte di Guarino, cioè il 6 decembre, il Consiglio dei Savi con lodevole proposito gli sostituì nella cattedra il figlio Battista, giudicato non inferiore al padre per abilità, virtù ed eloquenza.

382. Nel novembre dell'anno seguente 1461 i figli di Guarino presentarono un'istanza al marchese Borso per la erezione di un monumento al padre. Borso nello stesso novembre diede parere favorevole e il Consiglio dei Savi votò il monumento da erigersi nella chiesa dei Carmelitani di San Paolo, alla sinistra dell'altare maggiore. Battista comunicò la deliberazione al fratello Leonello, incaricandolo di far preparare i marmi a Valpolicella. Il monumento fu costruito nel 1468.