— Ah! signorino, — mi diceva una donnicciuola, — che gran signora era quella! — Quando le si offriva un mazzo di fiori ci diceva grazie, e ci guardava ridendo. — Corpo di settantamila cosacchi, non mi burlate! — Davvero, signorino, — e mi presentò una rosa. Povere creature! abituati a non vedersi guardare altro che in cagnesco da tutti quelli che essi chiamano li galantomini, non rammentano le elemosine della danarosa Czarina; rammentano invece i suoi «grazie» e i suoi umani sorrisi. Il nostro cicerone che non mancava mai di levarsi il cappello e di eccellenzarci ogni volta che ci volgeva la parola, pretendeva d'esser tanto pratico nel riconoscere di che provincia erano gl'Italiani che gli capitavano sotto, che non sbagliava mai. Allora io lo invitai a dirmi di dove credeva che fossi. — Piemontese, — mi rispose subito. — No. — Lombardo. — Nemmeno. — Romagnolo. — Neanche. — Veneziano. — Meno che mai. — Stette un po' a pensare e non gli venendo detto altro, gli dissi che ero Toscano; e deridendo la sua presunzione, gli domandai come mai non mi aveva riconosciuto per tale. Mi rispose: — Eccellenza, non avete bestemmiato il nome d'Iddio e non m'avete detto figlio d'un cane. — Oh! — Mandando in burla la cosa, risposi che non gli avevo detto niente di tutto questo, perchè non me ne aveva presentata l'occasione, ma il viso mi deve esser diventato leggermente rossiccio, quando pensai alla gentilezza della mia Toscana così ingenuamente confutata da un cicerone di Sorrento. —

Cercai ricordi e tradizioni del Tasso, ma non mi fu possibile trovarne traccia. Nessuno di quei popolani seppe rispondermi quando rammentai quel nome; nessuno canta le sue ottave, e ne fui maravigliato ricordandomi che i navicellai del mio piccolo Arno le cantano innamorati, rompendo la magra corrente, e i contadini delle mie solitarie campagne le intonano a gola spiegata, facendo la foglia su la cima dei pioppi. Il nemo prophæta in patria sua a nessuno è meglio applicabile che all'infelice poeta. Il cicerone stesso, che dopo i dottissimi del luogo poteva esser creduto il più dotto, almeno per ciò che riguarda le memorie storiche del paese che illustra co' suoi spropositi, conducendomi verso la casa del Tasso mi disse che avrei visto poco, e che la fabbrica era stata da poco tempo rimodernata, inquantochè quel signore, del quale domandavo, era molto tempo che non ce stava chiù. Indispettito di tanta stupidaggine, lo trattai d'ignorante. Se n'ebbe per male e si allontanò ringhiando.

Superbi, formidabili, feroci

Gli ultimi moti fûr, l'ultime voci.

Principale scopo della nostra gita era l'isola di Capri, alla quale ci eravamo proposti di andare, imbarcandoci sul piccolo piroscafo che da Napoli fa le sue gite giornaliere toccando Sorrento. Ma il battello non venne. Era domenica e la fede puritana degl'Inglesi che formano sempre la quasi totalità dei passeggeri per una tal gita, aveva impedito al capitano di trovarvi il suo tornaconto, facendola presso a poco a vuoto, onde se n'era rimasto nelle acque di Santa Lucia col suo puledrino acquatico, il quale, non dandogli biada, lascia strillare i regolamenti e l'orario, ma non si muove. Che si fa?

Andiamo a Pompei! Fu accolta con acclamazione la mia proposta, e dopo aver girellato qualche altro poco intorno a Sorrento, raggiungemmo la nostra vettura e partimmo per la morta città.

Eccoci a Pompei! ecco portato alla realtà un altro de' miei sogni dorati. Tutto quello che se ne era letto e sentito dire, diventò per noi un inganno, appena messo il piede dentro alle sue mura, perchè Pompei è più bella, è più attraente di tutto quello che ce ne era stato detto e di tutto quello che ci eravamo immaginati. I miei compagni guardavano e non muovevano labbro, percorrendo le sue vie silenziose e deserte, ed io pure, occupato da un vago senso di piacevole mestizia, guardavo maravigliato e tacevo. Eppure la vista di tanta desolazione non rattrista. Bisogna che la mente del visitatore faccia uno sforzo vigoroso, per convincersi che quelle lastre suonanti sotto i suoi passi, e, quelle mura coperte di così allegri colori sono gli avanzi, le membra inanimate d'un cadavere. Nessuna delle squallide e disgustose apparenze della morte colpisce gli occhi. Più che una morta, sembra una bella addormentata, e quei lunghi solchi formati sui selciati dalle bighe che ve li tracciarono diciotto secoli or sono, quelle cellette, quei letticciuoli, intorno ai quali si vedono su l'intonaco delle pareti le tracce dei dormienti, che milleottocento anni fa si erano alzati da quelli senza tornarvi, pare che riposandosi aspettino sempre. Ogni volta che s'incontra qualche altro visitatore vien voglia di crederlo un vecchio abitante misantropo, che è sceso appunto su la via, perchè gli altri Pompejani son fuori delle mura; e l'illusione qualche volta giunge a tal segno, che si sarebbe tentati di credere che domandandogli de' suoi concittadini ci risponderebbe: «Sono tutti scesi stamani ad Ercolano, ove il Divo Augusto assiste allo spettacolo di una battaglia navale. Stasera torneranno.»

Pompei è la città che ha saputo morir meglio di tutte le altre sue bellissime sorelle della Magna Grecia, poichè la morte violenta per asfissia è l'unica morte che si addice alla bellezza. Sui giganteschi ruderi di Agrigento e di Siracusa, sui loro scheletri corrosi dal tempo, l'archeologo non può studiare che osteologia, mentre il cadavere di Pompei ha tutte le sue membra intatte; il suo sangue è fermo, ma non ha perduto il suo roseo colore che trasparisce sotto la pelle gentile. L'anima è partita ed il corpo non si è corrotto.

Se si eccettuano le impalcature e le coperte delle case che erano formate da terrazzi, quasi tutti gli edifizi di Pompei potrebbero essere anche oggi comodamente abitabili. Gl'impiantiti delle stanze, per la massima parte fatti a mosaico, sono tutti al loro posto perfettamente conservati; gl'intonachi delle pareti e i loro dipinti sono così freschi da sembrare impossibile che il Tempo e l'Oblio vi abbiano per tanti secoli battute sopra le ali, quando ne ammiriamo la forza e la vivacità del colorito. Molte case sono tanto compiutamente conservate, che perfino alcune sottili e delicatissime cornici di stucco a scagliola, lavorate a minute membrature di fogliame, di vovoli e di fusarole in alto rilievo, vi si trovano intatte. Ed è così fresca l'aura di vita che regna tuttora in quelle anguste ed eleganti casette che fra tutte le immagini che dolcemente tumultuose si sollevano nel core, ultima è quella delle strida e dei rantoli disperati delle misere vittime che sorprese dalla pioggia infernale cadevano abbrustolite per le strette vie o soffocate nel fondo dei sotterranei. Si ritorna invece a viver con loro; ne vediamo le gioie intime, le pubbliche feste e par di intendere ancora le voci allegre dei crocchi domestici, lo strepito dei festini imbanditi nelle ricche sale di Diomede e la romba della voce del popolo sollevarsi confusa dalle traboccanti gradinate dell'Anfiteatro.

In mezzo alla vita imbevuta di gentilezza greco-romana che si respira là dentro, ed in tempo che si ammira stupefatti la cura che è stata presa per il perfetto mantenimento di tante maraviglie, dispiace soltanto il vedere come a nessuno ancora sia venuta la felice idea di ripristinare una casa, una sola basterebbe, corredandola di tutti i suoi mobili, che nessuno scapito verrebbe a risentirne il già troppo ricco Museo, preparando così intero l'inganno al taciturno visitatore.