Anche la posizione, su cui si è addormentata questa città, non è quella che noi ci eravamo immaginati e che tutti s'immaginano. All'idea di una città sepolta succede subito l'idea o di bassura umida o di orizzonte limitato. Non è vero. Pompei siede sul colmo di un colle; da ogni parte l'occhio spazia in un largo orizzonte e quei bastioni di terra che ci eravamo figurati dovessero incontrarsi ad ogni estremo delle sue vie dissepolte, e dovessero serrarla come nel fondo di una vastissima cisterna, non gl'incontrammo. Tutto è luce, spazio ed allegrezza quello che si scorge di lassù. Il Vesuvio solo ha cambiato aspetto vedendolo da quelle mura. Il Vesuvio che osservato da qualunque altra parte si mostra sempre severo, ma non mai sinistro, veduto da Pompei è truce. La sua massa apparisce da quel lato più scabrosa, più tormentata e più nera; rare abitazioni si vedono soltanto giù alle sue falde e la vegetazione manca affatto. Scendendo per la via dei Sepolcri, lo guardavo con paura e me ne dispiaceva per lui. Il mio Vesuvio che da ogni altro luogo non avevo mai guardato senza sentirmi battere il core dolcemente commosso, come alla vista d'un burbero e benefico vecchio, mi fece allora ribrezzo, e mi sentii raccapricciare come alla vista d'un omicida, che ferocemente tranquillo fuma ed osserva il cadavere della sua vittima.

Non ci trattenemmo lungo tempo in Pompei. Accompagnati da una folla di pensieri lontani lontani, calammo alla prossima stazione della strada ferrata, dove una numerosa comitiva dei soliti pellegrini faceva un baccano diabolico. Dopo un quarto d'ora, durante il quale ci fu strappata malamente ogni poetica illusione, partimmo, ed ora eccomi qui in Napoli a scriverti questa lettera che non voglio chiudere senza raccontarti, giacchè mi capita la palla al balzo, un aneddoto originale a proposito di questi pellegrini, che sono stati il mio incubo dalla partenza da Firenze fino ad oggi.

Ne ebbi sei, maschi e femmine, per compagni di viaggio da Chiusi a Roma; e con quanto piacere gli udissi sbuffare per tutta la via e dir male di tutto e di tutti in tre o quattro lingue, te lo puoi figurare. Quando fummo in mezzo al nudo squallore della campagna romana, dove il Tevere sprovvisto di argini e di ripari, corre alla ventura per lo sconfinato piano come un torello scapestrato, e dove la vita animale è rappresentata soltanto da qualche sparpagliata mandra di bufali, su le cui groppe affossate s'appollaiano in cerca di cibo gli storni, o dal volo di una gazza che, lasciato il nido, fugge spaventata dal fischio della locomotiva, mi abbandonavo ad una folla di tristissime riflessioni, domandandomi se realmente mi accostavo alla Capitale d'uno de' più inciviliti regni di Europa o piuttosto ad una colonia da poco fondata nell'interno della Nuova Zelanda, quando uno di costoro si affacciò allo sportello del vagone. Mandò un grido d'all'arme e subito tutti si affollarono allo stesso sportello pestandomi pietosamente i piedi e scuotendomi negli occhi il tabacco dei loro fazzoletti, mentre gli sventolavano gridando: — Romà, Romà! — verso un pagliajo che avevano preso per la cupola del San Pietro. Risi in corpo di questa scena grottesca, e dell'osservazione che mi venne fatta in quel momento, cioè che tutte le pellegrine hanno la barba e gli uomini no; ma risi più che mai quando la cupola del San Pietro spuntò da vero svelta e maestosa sull'orizzonte sereno. La guardarono fissi per qualche tempo; stettero un pezzo a disputare, accennando verso la sua mole imponente e da ultimo, mentre m'aspettavo che scoppiassero in un urrà di entusiastiche acclamazioni, li vidi invece tornarsene mogi mogi a sedere, senza dar segni di vita. — L'avevan presa per un pagliajo.

LETTERA IV.
Dove si parla dei quartieri de' poveri.

Napoli, 14 maggio 1877.

Quando, per la prima volta, mi dettero nell'occhio quelle numerose turbe di cenciosi vestiti del colore della lodola, che si confonde con quello del terreno, dentro al quale si svoltolano e che a migliaja sbucano alla sera dai loro tenebrosi vicoli, aggruppandosi agli sbocchi di quelli come mosche su gli usci d'una fabbrica di colla, grattandosi, spulciandosi e spidocchiandosi voluttuosamente, mi tornò alla memoria il verso del Belli:

O come fa a magnà tutta 'sta ggente?

A questa domanda avevo già trovata la risposta nell'osservare come un buon figlio della vecchia Partenope si lecchi ghiottamente le labbra, dopo aver desinato con un torzolo di cavolo o con un cesto di lattuga, senza pane, senz'olio, senza aceto e senza sale, e ringraziando mille volte la Provvidenza della grazia ricevuta. Ma volli aggiungere un'altra interrogazione, per conto mio, e la espressi formulandola per imitazione in un endecasillabo romanesco, chiedendomi:

O dove va a dormi' tutta 'sta ggente?