Non potendomi risponder subito, mi risposi ieri ingolfandomi attraverso allo squallore dei loro desolati quartieri.

Se tu mi avessi visto partire per questa specie di viaggio, avresti pensato che io andassi per lo meno a scovare una masnada di briganti nel fondo di una foresta.

Il vestito serrato dal primo all'ultimo bottone; sprovvisto di qualunque oggetto di valore, come sarebbero anelli, orologio, catena ec., il portafogli appena fornito di qualche franco, e la destra sull'impugnatura della rivoltella che mi pendeva dalla cintola, parevo addirittura una corazzata di casimirra inglese che si preparasse a toccarne. Guàrdati, m'era stato detto prima che venissi a Napoli, son luoghi pericolosi. Ed io mi guardai.

Ora poi sono in grado di assicurarti che un pane di quattro libbre o una tascata di soldi sono le uniche armi, delle quali occorre provvedersi in simili congiunture, per aver poi tante benedizioni da volare in paradiso di punto in bianco, anche se un accidente ci levasse lì per lì da questo mondo, senza i conforti della religione. Rimbóccati i calzoni, túrati il naso e vieni con me.

I vichi di quel gruppo di case addossate al colle del Pizzofalcone, che formano il quartiere di Santa Lucia, sono cinque, lunghi ciascuno in media una trentina di metri e larghi due, e in questi vichi si rintanano la sera dalle quindici alle venti mila persone, il qual numero equivale presso a poco alla popolazione di una grossa città di second'ordine.

Le case che li fiancheggiano sono alte; la luce ci filtra appena attraverso alla enorme quantità di panni tesi ad asciugare, ed alla miriade di altri oggetti come reti, nasse, canne da pesca, zucche, staggi da bilance, cappotti attaccati a chiodi o spenzolati ai balconi, ingombrando le pareti da terra all'ultimo piano; l'aria non vi ha libera circolazione, perchè priva di sfondo dal lato della collina; il lastrico o non esiste, o è mal connesso, o non si vede, perchè nascosto sotto uno strato umido d'immondizie di ogni genere in putrefazione; l'aria è grave; il puzzo qualche volta insopportabile.

Ieri volli levarmi la curiosità di fare una gita di piacere là dentro e vidi quello che ti racconto.

Appena messo il piede nel primo chiassuolo, credetti ad un tratto di assistere ad una scena diabolica del Macbeth o della Notte di Valpurga. Una folla di spettri cominciò a sbucare da ogni parte come di sotto terra, e gesticolando e parlando tutti insieme con voci rauche, in una lingua che non intendevo, mi corsero incontro e mi si affollarono addosso.

Il loro aspetto mi fece ribrezzo; mi tirai al muro e con un cenno risoluto feci loro intendere che si tirassero indietro. Intesero, e guardandomi stupidamente coi loro occhi infossati, si misero in disparte sbigottiti e confusi a guardarmi con stupida curiosità. Allora potei osservare tutta l'orrida realtà di quei fantasmi umani.

Erano tutte donne e la maggior parte vecchie, magre e sparute come cadaveri. I loro visi non avevano fisonomia, o, per non dir troppo, l'avevano, ma quella della maschera, quella fisonomia fissa, su la quale non si riflette nessun sentimento dell'animo; fredda ed inerte appunto come le loro anime accasciate sotto il peso enorme della più squallida miseria. Molte erano ammalate d'occhi ed avevano la faccia deturpata da bolle schifose o da uno strato di lordume ributtante. La loro occupazione, in tempo che mi guardavano trasognate, come se fossi stato una bestia rara, consisteva nel tirarsi addosso, ora di qua ora di là, i lerci brandelli, di cui erano malamente coperte, o nel grattarsi accanitamente la testa ficcandosi con rabbia le unghie nei capelli infeltriti. Qualche donna giovine teneva al petto uno scheletrino umano che piangeva o succhiava smanioso a una mammella vuota e cascante.