(rintuzzando con pervicacia) Sonia Zarowska non era una demente!
Francesco
Era una demente tranquilla, inerte, chiusa nelle forme apatiche della sua corruzione, dei suoi vizi, della sua mania di rubare. Poi, se è vero che un po' di luce sia sopravvenuta a solcare quella sua demenza compatta, appunto questo spiracolo di percezione deve aver mutata la demente tranquilla in una demente agitata, paurosa, impaurita di sé stessa. Ed eccola, in un accesso di agitazione, in una crisi di paura, rivolgersi, anelante, verso il rifugio, verso il manicomio e verso colui del quale conobbe la pietà. (Breve pausa.) Ora, l'agitazione è cessata, ed è cessata la paura. La demente agitata non c'è piú. E non c'è piú, neppure, la demente tranquilla. Il nemico è stato dominato sommergendo in una atmosfera di gentilezze e di caste idealità le losche abitudini contratte, delle quali non si colgono che rare e quasi puerili reminiscenze in qualche parola, in qualche gesto, in qualche atto fugace. Ma non m'illudo che sia la salvezza definitiva. Io temo che il ricordarle vivamente le attrattive ch'ella esercitava su i corrotti e su i corruttori, e su te piú che su gli altri, possa fare in lei ripullulare d'un súbito l'antico veleno non del tutto eliminato. Questa è la ragione per la quale mi sono preoccupato della eventualità che tu la riavvicinassi. Ma, giacché sei rimasto molto impressionato da quanto ti ho esposto, la mia preoccupazione dilegua, e fido in te. Mi prometti di non tentare di riavvicinarla?
Ulrico
(dolorosamente brusco) Non te lo prometto! Non te lo devo promettere!
Francesco
(si percuote un ginocchio, e si leva, infastidito.)
Ulrico
Promettere per non mantenere non sarebbe da galantuomo. E promettere per mantenere, nel caso mio, sarebbe una imbecillità. Riguardo alle mie impressioni, tu hai preso un granchio madornale. Le mie impressioni sono precisamente opposte a quelle che mi hai attribuite. Ciò che mi ha impressionato, ciò che mi ha fatto e mi fa fremere di dolore e di sdegno è che la ostinata stoltezza ideologica, tra cui si aggira la demenza tua, sia riuscita a sconnettere la vita naturale di quella donna e a strappar lei al suo nulla, alla sua pace, alla sua indipendenza, al suo destino — nel quale io mi dissetavo!... Ma, per fortuna, la tua opera è tutt'altro che compiuta. Rilevo questa buona notizia dai tuoi timori. (Ride il suo vecchio riso divenuto piú acre:) Eh eh eh eh!... «L'antico veleno»?!... Parole convenzionali! A chi nuoceva il cosí detto veleno?... Non a lei! Non a nessuno! E a chi nuocerebbe se tornasse a possederla?... A me, intanto, arrecherebbe un gran bene, restituirebbe il bene che ho perduto. E tu mi chiedi che io rinunzii alla speranza che questo si avveri dopo che i tuoi stessi timori mi hanno incitato a sperare?... Non ci rinunzio, no, non ci rinunzio! Io la voglio vedere. Io le voglio parlare. E ti consiglio di astenerti dall'ostacolarmi!
Francesco