... Quale errore, quale errore nella mia fuga! Quale errore nel credere che allontanandomi da te mi sarei liberata dai dubbî tortuosi e dalle indagini prepotenti che la tua esaltazione m'infliggeva!... Quei dubbî e quelle indagini mi raggiunsero, mi perseguitarono, mi dominarono, mi avvolsero: divennero come una rete di acciaio in cui la mia anima fosse rimasta impigliata! Non erano piú nelle tue interrogazioni, nei tuoi occhi, nei tuoi silenzi, ed erano — ahimé, peggio! — in ogni attimo del mio pensiero. Io medesima dubitavo. Io medesima indagavo.
Francesco
(autoritario) Dovevi indagare!
Agnese
Non lo dovevo, Francesco, perché saldamente ricordavo che la mia fedeltà era stata cosí intrinseca ai miei istinti femminili da poter fronteggiare imperterrita le insidie delle piú abili seduzioni, l'assalto dei fascini piú possenti. E ricordavo di piú. Ricordavo... che, nonostante le torture che preparavano il nostro distacco, in una ultima parentesi di ardore, io ti avevo tenuto tra le braccia con l'identica dedizione limpida del mio primo abbandono di sposa!... Ma tu mi avevi comunicato il sospetto che l'infedeltà spunti talvolta fuori dei confini nei quali la considera l'umanità semplice alla quale io appartengo; mi avevi comunicata la febbre di scoprire il seme d'una infedeltà mia fuori delle vie che menano al peccato...
Francesco
(interrompendo) Sono vie che restano ignote a una donna come te.
Agnese
E a furia d'indagare e di dubitare, nella solitudine che contribuiva a farmi cedere alla ossessione, a farmi astrarre dalla prova tangibile della mia innocenza, a cacciarmi in una atmosfera fantastica, simile a quella in cui ho veduto vivere qui tante disgraziate che tu soccorri, io finii con l'accusarmi.
Francesco