Gigetta

(seguendo i rintocchi, li conta:) Uno... due... tre... quattro... cinque... (Pausa.) Non viene! (Pausa.) Se potessi mandarle un'altra lettera,... un'altra lettera più chiara, più urgente... (Si leva. È diventata sottile, diafana. Ha il viso magro e bianchissimo, gli occhi più grandi nelle orbite disseccate. Cammina come una sonnambula. — Giunge al tavolino. Siede. Prende e intinge la penna, e, sopra un pezzo di carta che è lassù, la fa scorrere lentamente, pronunziando, lievi, le parole che sente e che scrive:) «Non ritardare più, Nellina.... Tra qualche ora, sarà l'alba.... Pensa che sono in una trista casa, dove... anche la morte... non vuole entrare che di notte.... Pensa che se ritardi ancora, essa arriverà prima di te... e io morirò sola sola. Capisco che il trovarmi già finita... non ti impedirebbe di darmi un bacio.... Ma io... non me ne accorgerei... e non ne avrei nessuna gioia....» (Le dita restano inerti. La penna cade sulla carta. Ella, con le braccia penzoloni, gli sguardi nel vuoto, pronunzia queste altre parole che il suo cuore le suggerisce e che la sua penna non deve scrivere:) «Vieni a mamma tua, Nellina.... Io ti aspetto per dirtelo, in questa notte di addio, che sono la tua mamma.... Vieni a saperlo.... Vieni a perdonarmi....»

La voce di Ester

(con falsa infantilità scherzosa e rumorosa) Zia Fanny, zia Fanny! Io me ne scappo!...

Un'altra voce femminile

(un po' vecchigna e comicamente autorevole) Ester! Non ti muovere di qua, ti dico!

La voce di Ester

È pazzo! È pazzo!... Io ho paura dei pazzi!

L'altra voce

Ma dove porti la pelliccia e il cappello del signore? Sono scherzi di maleducata! Hai inteso?