Clotilde
(la sostiene, la stringe)....
SIPARIO.
EPILOGO.
Il salotto d'un appartamentino di lusso in un grande albergo. Architettura ed eleganza modernissime. Poca tappezzeria, colori tenui, mobili fragili e bizzarri. — A destra, il vano ampio d'una terrazzina inquadra il profilo del Vesuvio, nella luminosità azzurra dell'orizzonte partenopeo. Dallo stesso lato, un paravento orientale e alcune palme, ben ricche di foglie, formano quasi un semicerchio dietro un divano basso e largo, che promette le dolcezze della pigrizia contemplativa.
Verso l'altro lato della stanza, sopra un tavolino laccato, una fotografia in cornice, dei Copenaghen, e scatole e vassoi e snelle anfore d'argento. Nelle scatole e nei vassoi, sigarette e bonbons d'ogni sorta. Dalle anfore, si ergono, sui liberi steli, rose delicatissime e capricciose orchidee.
Una porta in fondo, una porta a sinistra.
Qualche cenno sui nuovi personaggi che compariscono nell'epilogo.
Claudine Ranier è una cocotte, che, venuta di Francia alle sue prime armi, risiede da molti anni a Napoli, dove è salita in auge, e che, per quella legge d'infiltrazione alla quale sottostanno i forestieri residenti a lungo in questa città, è diventata mezzo napoletana, assimilando soprattutto la parlata e le maniere del popolo, le cui caratteristiche sono tanto suggestive. La voce, i gesti, gli atteggiamenti, il pensiero di Claudine sono un misto di napoletanità e di pariginismo e il suo modo di esprimersi è un ibrido connubio di lingua francese e di vernacolo partenopeo, con un po' d'italiano storpiato. — La erre nativa strascica e gorgoglia insistentemente.