— Eh diavolo, non è mica per lui!... sclamò il brigadiere stringendosi nelle spalle. — Siro, voi avete le lancette?
A un suo cenno il doganiere prese la lanterna, spiccò una grossa chiave da un chiodo e aperse una porta in fondo.
Entrarono in un locale vasto quanto il primo, un deposito di contrabbandi sequestrati, convertito per l’occasione in carcere provvisorio.
La vista del prigioniero scosse il flebotomo dal suo stupore: egli ravvisò in lui il Liberio del misterioso ritrovo sulla spiaggia.
Stava buttato sopra un saccone in un angolo, fra una botte e un mucchio di involti, di cassette, di fucili alla rinfusa.
— Su, disse il brigadiere, e fate vedere al signor flebotomo la graffiatura che avete.
Non si mosse; col capo appoggiato alla mano gli diè un’occhiata di superba indifferenza.
— Su, ripetè il brigadiere impazientito.
Siro s’interpose, dicendo che non occorreva, ch’egli poteva ben visitarlo a quel modo. S’inginocchiò dinnanzi al saccone; aperse il camiciotto, tagliò il corpetto di lana, la camicia colle sue forbici da chirurgo ed esaminò la ferita. Era proprio una graffiatura.
La medicò alla svelta, vi applicò la filaccia e lo fasciò.