E corse zoppicando per la valle.
Un mandriano che incontrò lo aiutò a trascinarsi a Gressoney la Trinité. — Di lì si fè trasportare a Pont Saint-Martin.
III.
Gustavo Michis mi narrò questa storia con la sicurezza inconscia, passiva del sonnambulo che descrive la propria visione. Il mio racconto appena riproduce la precisione del suo.
Mentre parlava, il povero amico mio aveva l’occhio fisso, atterrito; il suo viso scarno, sparuto, smorto, si contraeva dolorosamente, e parlava sempre collo stesso tono di voce.
Quando ebbe finito, raccapricciava tutto. Mi stese la mano, era umida e fredda. Non pensai neppure a rassicurarlo colle solite volgarità. C’era, sotto a quella calma apparente, lì dentro a quell’anima, qualcosa di straordinario, di morboso, ma vero. Almeno mi parve allora, mi parve sempre che parlai con lui.
Gustavo mi strinse la mano e disse:
— Non ho avuto il coraggio di sacrificarmi a quella creatura — ma sono suo lo stesso — lo sento....
Dopo qualche giorno l’amico se n’andò e per un anno intero non ebbi notizie di lui: non osavo chiederne — quella sua sciagura mi turbava — cercai dimenticarlo.
Ma l’autunno successivo, credo la stessa settimana di settembre, egli tornò da me; mi capitò in casa una sera, mi abbracciò, e, senza quasi salutarmi, come continuasse un discorso allora interrotto, mi disse: