— Ho risoluto di affrontare la mia sorte; non posso vivere, non posso morire lontano da lei, — vado e tu mi devi accompagnare — chiedo alla tua amicizia questo grande servizio.
Il credereste? — adesso pare strano anche a me. — In quel punto non pensai a ricusare, a combattere il suo disegno; ero soggiogato dalla sua fermezza; gli chiesi:
— Quando partiamo?
— Domattina.
E partimmo diffatti.
Due giorni dopo eravamo a Gressoney.
Superammo il ciglione di Trina che il sole tramontava; l’ultimo raggio fuggiva su pei ghiacciai del monte Rosa e ne scendeva attraverso gli abeti un sottile vapore turchiniccio.
La piccola valletta, uguale, queta, raccolta, si nascondeva a poco a poco nell’ombra; gli ontani tuffavano i rami nello scialbo lume del crepuscolo, e in mezzo a quelli spariva il campanile della modesta chiesuola; lo squillo della sera, voce solenne e tranquilla del villaggio, salutava il giorno morente.
Mi stringeva il cuore una grande tristezza.
Gustavo era inquieto, ansioso. Correvamo trafelati senza sapere il perchè.