Ella aveva le vesti di seta a brandelli, gli stivaletti impastricciati di fango; il viso deformato da un morbo orribile; era disfatta, poco più d’un cadavere.

Il medico fu sbalordito di vederla in quello stato, — non diè alcuna speranza.

Emanuele le si pose d’attorno, lottò contro il male con l’energia disperata della sua indole soldatesca, non pensò alla incertezza della vittoria — l’ottenne.

Dopo molte settimane ella tornò in sè stessa.

Aperse gli occhi, lo guardò, accettò le sue cure senza ombra di rimorso e di riconoscenza, — pacata, serena, come non fosse mai uscita dal castello.

La malattia tirò in lungo quasi tutta l’estate.

Emanuele non lasciò mai ad altri il suo posto del capezzale. Non le lasciò accostare nessuno. Non riposò che ad ore spezzato sul divano — la notte ella stava peggio del giorno. — Egli la vegliava attento, nel cupo silenzio della campagna non interrotto che dal canto triste dei risaiuoli, che andavano a scambiare la fame colla febbre.

Raccolse tutti i suoi lamenti, tutte le sue parole, tutti i suoi sguardi — non ebbe da lei nè una lagrima di rammarico, nè un ringraziamento. Non glielo chiese. Forse non ci pensava.

Alla fine d’agosto cessò il pericolo.

Poi ella si riebbe rapidamente. Il suo viso rifiorì, rivestì una nuova grazia, una nuova purezza.