Quando il medico le annunciò la guarigione — battè le mani con gioia infantile, non pensò neppure a guardare il marito che l’aveva salvata.

Emanuele non le ricordò il passato.

Egli però qualche volta pensava con isgomento all’avvenire: ma finchè durò il male diceva fra sè: quando starà meglio; — e quando essa fu convalescente: lasciamo che guarisca; — poi si contentò di crollare le spalle e qualche volta aggiungeva: vedremo che farà lei.

Ma ella non fece assolutamente nulla: — s’alzò, ricominciò la sua vita di due anni prima; tornò a cantare, ad annoiarsi, a girellare un po’ nei dintorni, — tutto come prima.

Emanuele non aspettava quasi più di «vedere.»

Il presente l’opprimeva — ma aveva paura dell’avvenire. Non era una paura infondata.

Una notte, dopo la vendemmia — sentì un leggero rumore nel suo studio.

Da qualche settimana si lamentavano dei furti nei paesi vicini: accese un lume, prese una vecchia pistola che teneva carica nel comodino, e andò a vedere.

Trovò lo scrigno aperto e vuoto. Qualcuno si allontanava pel corridoio. L’inseguì.

Un’ombra fuggente spiccava nel vano della porta aperta, rischiarata dalla luna. Gli parve riconoscere Nick.