Questa tregua dura da dieci anni.
La cascina si chiama ancora con questo nome, e i proprietari di essa sono ancora chiamati quei della trena.
II.
Al castello, nell’antica stanza matrimoniale, sta agonizzante la vecchia signora Maria Cristina Matilde di Roveglio, contessa vedova del conte d’Ormeto, di Ronco e di Valonghera, che fu dama d’onore della regina Maria Teresa.
Al suo capezzale, seduta colla testa nascosta fra i guanciali, v’è una giovine donna: — la contessina Maria. Ha poco più di ventun’anni ed è la terza volta che assiste ad una agonia; ha perduta la madre, poi il padre: se ora le muore la nonna, resterà sola al mondo.
A piè del letto v’è un omaccione membruto con abito fra il contadino e l’operaio; colle braccia conserte sul petto fissa, cogli occhi inebetiti dal dolore, la morente.
Gli arredi della stanza ricordano una grande ricchezza passata e rivelano una più grande angustia presente: il letto, vasto e pesante mobile del tempo dell’impero, ha perdute le sue dorature: il baldacchino rotondo di damasco violetto ha le cortine sfilacciate ed ha perdute le ghiande d’oro: le sedie hanno i cuscini pieni di strappi e di rimendature: il vasto specchio della console è tutto macchiato: le tende di velluto delle finestre sono sbiadite e corrose dalla polvere. Una meschina lucernetta ad olio gitta su quello squallore dei riflessi fiochi e sinistri.
Le ore vanno lente e pesanti: il silenzio profondo non è interrotto che dal respiro affannoso della contessa, la quale abbandona sul guanciale il viso smunto, emaciato, più bianco della trina che lo cinge.
Entra il pievano in punta di piedi, s’accosta riguardoso al letto, esamina la malata lungamente: la saluta, le susurra qualche parola di conforto. Poi si ritira presso all’uomo che è nella stanza e gli dice sottovoce:
— È molto tempo che è così?