Quando fu a terra spiccò la corsa giù per la china, gettando acuti gridolini festosi; l’erbe si curvavano appena sotto il suo piede, e le innumerevoli margherite si rialzavano, quand’era oltrepassata, come grand’occhi spalancati a contemplarla.

La fanciulla scendeva tagliando di sbieco la costa verso il poggetto dove stava accampata la sua gente. Le tende degli zingari rosseggiavano al sole cadente. I fuochi erano accesi nel circolo; il fumo denso, bianco, usciva dall’accampamento, e la brezza vespertina lo piegava al suolo, lo sparpagliava in fiocchi tremolanti.

Luscià scomparve come in un’aureola.

Tale fu il primo incontro del conte colla bella vagabonda, incontro di due destini infelici, di due esistenze reiette.

III.

Benchè il conte avesse dati gli ordini alla famiglia perchè la giovinetta si lasciasse venire in castello senza molestie, ella preferiva entrarci per le rovine del bastione. E il vecchio maggiordomo, d’altra parte, non poteva rassegnarsi a non tenerla d’occhio. Il poveretto non capiva il perchè si desse tanta libertà a quella mala semenza... Però egli doveva vederne ben altre: era cominciato tutto un ordine di cose per lui impossibile, assurdo.

La sua diffidenza era pur troppo giustificata. Non tardò ad averne la prova. Gli era venuto il sospetto che la zingarella avesse le mani pronte quanto i desiderj: parecchi oggetti, di poco valore a dir vero, piuttosto gingilli che altro, erano scomparsi dalle stanze dov’ella entrava. E un dì ch’era venuta più presto dell’usato, stando egli dalla finestra del proprio casotto, la vide che, salita su una sedia, staccava dal muro nel salotto una preziosa medaglia d’oro. Accorse, con tutta la premura che le sue vecchie gambe gli consentivano, per coglierla in flagrante. Non trovandola più nel salotto, tirò dritto alla camera della contessa, meta solita delle sue visite. Ma, quivi giunto, quale non fu la sua sorpresa di scoprire il padrone che teneva la mano della giovinetta in atto di amorevole confidenza! lasciò cadere l’arazzo, rimase un momento inchiodato là dallo stupore, poi fuggì colle mani nei capegli, convinto dalle parole che aveva inteso, senza volerlo, che il povero conte Emmanuele avesse finito coll’impazzire.

IV.

Il conte diceva a Luscià, indicandole il ritratto della madre:

— Vuoi prendere il suo posto? diventare, come era lei, la padrona di tutto ciò che la mia casa possiede? la signora di tutti, cominciando da me?