Egli era sereno; la sua voce seria, tranquilla, non esprimeva la passione, ma un proposito lungamente meditato.

Aveva tanto tempo cercato uno scopo alla sua vita desolata, una cura, un pensiero, colle quali riempire la sua triste solitudine: e fra tutti il disegno di farsi egli nobile, dovizioso, stanco, sgloriato, la provvidenza di qualche povera creatura, di dare alla propria ricchezza il valore nuovo del godimento altrui, gli era sempre parso il più seducente.

L’umile condizione di Luscià non era per lui un ostacolo, ma un’attrattiva di più, un raffinato aumento d’ideale; più ella veniva dal basso e più alto sarebbe stato il benefizio. Ella avrebbe dovuto salire per sua mano tutta la scala immensa dalla vita nomade alla civiltà, e, ad ogni gradino, il suo amor proprio avrebbe trovato una gioia, una compiacenza. Ma non era solo egoismo: le sue risoluzioni prendevano quasi l’aspetto di un dovere.

Le circostanze singolari dell’incontro colla Luscià avevano determinata la sua scelta, e la nobilitavano a’ suoi occhi. Il trovarla nella camera della madre, a quel posto sacro al suo dolore, non poteva sembrargli interamente casuale. Un’intima, una vaga superstizione del suo cuore solitario stabiliva dei rapporti fra l’adorazione della fanciulla e il ricordo della madre, dava alla zingarella qualcosa della dignità della contessa: la metteva quasi sotto la sua protezione. Non era un favore soltanto che egli le dava, era un diritto che le riconosceva: un destino misterioso l’aveva mandata colà nel santuario famigliare, nel cuore della sua casa — egli le dava il permesso di rimanervi — null’altro.

Perciò le diceva: — vuoi tu essere la signora? — come avrebbe offerto un omaggio dovuto o un’ospitalità obbligatoria.

E Luscià lo guardò stupita.

Il conte la condusse per mano fra tortuose scalette e misteriosi corridoi fino all’alta specola della torre quadrata, e quivi, affacciato al parapetto merlato, le indicò senza albagia, quasi senza compiacenza, come i suoi padri avrebbero rassegnato al sovrano i loro titoli di vassallo, le indicò le sue possessioni, che dalle pendici di Peveragno alle rive della Sesia offrivano allo sguardo folti boschi, numerose schiere di viti, gialli campi e bianche risaie: un piccolo regno dove un piccolo popolo lavorava per lui.

Ma Luscià restò indifferente. L’idea della proprietà non l’era mai venuta a quel modo. Quella verde distesa serviva forse ad altro che a pascolar i cavalli? Della terra ella ne aveva veduto sfilare tanta e tanta dinanzi ai suoi occhi sonnacchiosi stando accoccolata sul carro di Nick, al fianco di mami Nad, senza lasciare sulla strada percorsa l’ombra di un desiderio o di un rammarico: patria, dominio, erano nomi ignoti, vuoti di senso per lei.

La contea di Peveragno era appena un cantuccio del vasto mondo da lei attraversato da oriente a ponente sotto la sferza del sole.

Ella diede a tutto ciò un’occhiata distratta, stringendo con mano furtiva ed amorosa sul seno la medaglia, almanaccando per il proprio gingillo nascondiglio capace di sottrarlo all’occhio avido di Nick e di mami Nad.