— Ed è un pezzo che l’abbiamo sotterrato lui. Un bel dì quella carogna andò ai vermi: allora il suo nonno fece spazzare la frana del terrapieno, e in tre settimane fece alzare un bel portico, proprio qui, dove poi si fecero queste stanze.

— E i signori d’Ormeto? — chiese il dottore.

— Per un anno e mezzo restarono zitti; il vecchio conte aveva lasciato ai suoi eredi molta superbia e molti imbrogli; dopo, la vedova, la contessa Cristina, ora buon’anima, fece quella denuncia che lei ha in mano, ma la fabbrica era finita, e il giudice cantò chiaro al procuratore che in possessorio avevano torto, e che dovevano rivolgersi in petitorio per l’indennizzo.

— Cos’è sto pasticcio possessorio o petitorio? — domanda il dottore.

— Ah, lei non capisce. Ecco: sono due cose differenti, come in un coltello la lama ed il manico; chi abbranca la lama ci si taglia, ma chi impugna il manico arriva a tagliare. In definitiva, nel caso nostro, vuol dire che uno ad opera incompiuta può aver torto, ma a cose finite ha ragione o quasi.

Il dottore guarda Maurizio cogli occhi spalancati. Maurizio continua:

— Non avendo mezzi di ricominciare la causa innanzi al tribunale, si fece una transazione giudiziale, — guardi che la troverà, — una transazione per la quale quei del castello cedevano a suo nonno il terreno in cui erasi fabbricato il portico, e in compenso egli condonava al minore diverse annate di interessi che gli si dovevano per il credito ipotecario sul Ronco, che ha già veduto.

Il dottore rimane un po’ sopra pensiero, ma il vecchio gli fa cenno di proseguire: egli prende di malavoglia un’altra carta e dice: — «29 ottobre 1837, Torino: — vendita a termine di riscatto per tre anni fatta dal conte Rinaldo a Giacomo Bellardi.»

— È questo, nonno, l’instrumento che cercate?

Il vecchio fa segno di no.