— Ah! questo fu un bell’affare, — sclama Maurizio; — Martina, vi pare che allora abbia fatto il vantaggio di Giacomo? eh? il podere del Ronco; 35 giornate di terreno, e che terreno! servirebbe a concimare l’altro, tutto per sole lire 10,000 di cui 8,000 già pagate per l’ipoteca che avevamo messo su quei fondi.

— Ma come? non hanno pensato a riscattarlo?

— Ci hanno pensato, ma tardi: il figlio aveva venduto, la madre non sapeva nulla e il figlio non si curava di nulla; egli badava a batter moneta di quanto poteva, pur di scialarla a Torino, a Parigi; a lasciare un po’ di lana ad ogni rovo. Spiravano quasi i tre anni e la contessa, avvertita da quel birbo del notaio, mi fa chiamare, dicendo che vuol riscattare il podere: io rispondo che è padrona ma, peste! mi rincresceva di lasciar scappare quel boccone, e a voi, Giacomo?

— Per... Diana...

— Mancavano due giorni appena al termine, quando la vecchia mi fa dire di passar dal notaio per combinare l’istrumento; io ci vado colla procura di suo nonno: per la contessa c’era Falabrino, il fattore. Costui tira fuori il danaro; tante pezze di Genova, e fin d’allora di queste pezze ce n’erano già delle calanti. Io rispondo che quel danaro non lo voglio; che Giacomo aveva date al figlio tante savoie, che tante savoie si debbono restituire. Il notaio allora s’intromette e mi chiede se, fatta una certa riduzione... non so se di quattro o cinque soldi per pezza, io acconsentiva a prendere le pezze di Genova. Batti, e ribatti, io mi lascio persuadere a questo. Ma il Falabrino dice che non può far la riduzione senza parlare colla padrona; che in quel modo anche gli mancherebbe del danaro per la somma convenuta e mi chiede una dilazione di un giorno; io gli dico che vada al castello subito, che torni fra mezz’ora, che io non intendevo essere menato per il naso. Egli esce: io aspetto mezz’ora, poi esco di là, e me ne vo in campagna, alla Vallia, dove facevo atterrare delle piante. Il Falabrino viene a cercarmi nel pomeriggio, non mi trova e non trova neppure Giacomo che era andato ad Asti. Mi spediscono un ragazzo a chiamarmi, ma io rispondo che poichè avevano aspettato fino allora aspettassero ancora fino al domani mattina, che neanch’io volevo far contratto senza prima parlare a Giacomo. La sera, tornato a casa, mi dicono che il Falabrino se n’era andato su tutte le furie ed era tornato indietro gridando che con noi contratti alla buona non se ne farebbero più, che egli farebbe all’indomani deposito in mano al notaio, che la testa dura l’aveva anche lui e che noi avremmo pagate le spese. Sì, dico io, fra me, voi volete giuocare di corna e ve le romperemo ah! ah!...

— Questo deposito l’hanno poi fatto? — interrompe con voce malferma il dottore.

— Volevano farlo al domani; ma bisognava che ce ne avessero prima regolarmente notificato il tempo ed il luogo.

— Non l’hanno fatto?

— No, perchè per tutto quel dì l’usciere della giudicatura rimase fuori del paese: era andato a fare per conto mio una citazione fin sulle fini di Mombarone e non tornò che la sera dopo l’avemaria. Il domani non era più tempo per nulla e il Ronco era guadagnato.

Il giovane dà un’occhiata al factotum di suo nonno: gli occhi di costui esprimono una maliziosa soddisfazione, le labbra strette mostrano un uomo contento del fatto suo.