In mezzo, sopra una tavola, parata con un ricco tappeto, sta la bara: un operaio, aiutato dal becchino, sta per adattarle il coperchio.

— Volete vederla? — dice questi volgendosi a due donne che gli stanno vicino.

Le due donne, esitando, s’accostano alla bara: vi danno un’occhiata.

— Maria Verginei — esclama una di esse, — che lenzuolo!... tutto rammendato...

— Povera cristiana! — soggiunge l’altra, una vecchia con volto impietosito e gli occhi pieni di lagrime, — povera cristiana, ella non ne aveva più altri.

Pasquale si fa innanzi bruscamente, e con cipiglio garrisce i due uomini dicendo:

— Andiamo... cosa fate?... copritela.

Essi obbediscono, soprappongono il coperchio e il falegname comincia a inchiodarlo. I colpi di martello rintronano fragorosi, rimbombano cupi per le stanze vuote del pianterreno, vi destano echi profondi e paurosi. Tutto il castello, quella povera ruina deforme, rimasta in piedi per lo sforzo disperato della contessa, pare urli sulla sua bara e voglia sfasciarsi e crollare sovr’essa.

Un grido acuto, straziante, risponde dalle stanze del primo piano.

Pasquale abbrividisce e tosto dice con gran collera: