In quella sopraggiunge il convoglio funebre, che porta il cadavere della contessa alla parrocchia. Il vecchio drizza il capo e guarda con una singolare aria di indifferenza. Maurizio si leva il cappello. Sbucano fuori di mezzo alle viti le umiliate, poi i battuti, di cui uno col fascio di ceri sotto l’ascella, poi il prete in camice e stola bianca listata di nero, poi il feretro, in fine tre o quattro donnicciuole. Vanno di trotto, a balzelloni, sbandati, alla rinfusa, come un branco di montoni cacciati dal mandriano, rimescolandosi, urtandosi, buttandosi l’un l’altro fuori del sentiero; le tre croci sbatacchiano i rami, dondolano, si dimenano, picchiano l’una contro l’altra; i portatori gridano, si rimbrottano; il secchiolino dell’acqua santa cigola, il prete canta un versetto del Miserere, tutti rispondono ansanti, masticando fra i denti le parole in furia, a contrattempo, discordemente.

Le tre campane suonano a distesa.

In un momento sono passati; il rumore dei passi affrettati, il salmodiare più affrettato ancora si allontana, discende giù per la china, un fracasso di canne spezzate l’accompagna.

— Maledetti! mi rovinano l’armatura dei filari! — sclama Giacomo.

Tutt’e due, l’uno a braccio dell’altro, riprendono la salita, giungono in cima. Maurizio batte alla porticina del castello; al suo picchio risoluto viene la moglie di Pasquale, e vedendoli rimane a bocca aperta. Essi entrano, vanno innanzi nella cucina, dove è rimasta la tavola parata, poi in un altro camerone vuoto, poi nell’androne che dal cortile una volta metteva al giardino dietro la casa. Quivi, dacchè lo scalone che dava accesso al piano superiore fu demolito dal Bellardi, s’è collocata una scala di legno tarlato, dagli scalini smossi, e che, per mezzo d’una trappola, mette capo nella galleria di sopra. Il vecchio e Maurizio salgono, e la donna dietro a loro. Maurizio esamina minutamente ogni cosa, ne giudica lo stato, e ne calcola il valore; appena giunto nella galleria egli spinge un uscio a destra, e gitta uno sguardo curioso entro la stanza, che è quella della contessina.

— Povera signora, — dice la donna a mezza voce, — non fa che disperarsi; è mezz’ora appena che ha chiusi gli occhi.

— Ih! le passerà, si queterà anche lei come fanno gli altri, — dice Maurizio ghignando e alzando le spalle.

— Volete che andiamo a vedere i mobili? — dice poi a Giacomo.

Il vecchio scuote la testa; — egli ha uno scopo. — Dov’è il salotto ottagonale?

— È qui, — risponde la donna; e fattasi innanzi apre loro un altro uscio in faccia, li fa attraversare un altro stanzino, una specie di grazioso tinello; quindi li introduce nel salotto ottagonale, che una volta separava o riuniva gli appartamenti delle due ali, ed era il luogo di ritrovo della famiglia, la scena discreta delle serate tranquille, monotone, eppur così care, così degne di ricordo; il rifugio dei confidenti ragionari, delle gioie e dei dolori verecondi. Quivi da qualche secolo tutti i casi lieti e tristi dei signori d’Ormeto hanno avuto un’eco, un riflesso, una memoria: quella stanza è il viscere che ha risposto a tutte le pulsazioni di una progenie, che ne ha alimentato, risentito, raccolto le febbri, le passioni, le superbie, le ambizioni e i patimenti. Delle otto pareti, una è occupata dall’invetriata del balcone, tre dalle porte orlate di stipiti e sormontate da frontoni con dipinti rappresentanti soggetti arcadici, stipiti e frontoni sovraccarichi di dorature, di vetri, di ornati, di rabeschi bizzarri, capricciosi, assurdi; fiori a foglie e viticci che arieggiano gole di draghi, spire serpentine, mostri grotteschi e mingherlini, prodotto di fantasie isteriche e leziose, decrepite e bambine; ghiribizzi, viluppi inestricabili che furono le prime impressioni e le prime ammirazioni dei fanciulli, e il malinconico passatempo dei vecchi sgloriati, stanchi della vita e del mondo, che venivano a cercarvi le speranze ed i sogni giovanili. Sulle altre pareti, fra l’una e l’altra porta, quattro grandi arazzi Gobelins, che rappresentano la leggenda del Cid. Li ha recati il conte Renato, reduce dall’ambasciata alla corte di Luigi XV; ed è anche lui, il conte Renato, che ha fatti porre colà gli altri mobili, tutti nello stile vistoso e manierato del suo tempo, tutti parlanti di lui maturo vagheggino, del suo fasto, della sua petulanza. Ma il tempo ha smorzati i colori troppo vivi, i toni chiassosi, i luccicori impertinenti, ha abbrunite le dorature smaglianti, ha reso le tinte più tranquille e simpatiche, ha steso sovra tutto un velo di famigliarità dignitosa, di malinconia profonda. Si capisce subito che là dentro le pompe, le mattìe, le svenevolezze sono cessate da un pezzo, che sono sparite insieme con le parrucche incipriate a aile de pigeon, insieme con le code lustre, gli scarpini scollati, i nodi carnovaleschi, le marsine variopinte, — e che in loro vece sono venuti i pensieri, le riflessioni, le inquietudini di una vita più modesta e più severa. Poi, una cert’aria di tristezza, di ordine scrupoloso, certi ninnoli mezzo infranti sul camino, rivelano il tedio, i dolori di un’anima solitaria, abbandonata fra quelle pareti di cui accarezza e conserva gelosamente i ricordi, richiamando il passato a conforto e ad oblio del presente. Poi certi strappi ai damaschi delle sedie, rimendati con cura, dissimulati, nascosti studiosamente negli angoli più oscuri della stanza, nelle penombre artifiziosamente ricercate; certi sdrusci ai piedi dei mobili, certe scranne zoppe e appoggiate al muro, dicono una terribile cosa, miseria, quella più penosa, quella che è posta accanto alle tradizioni, agli usi, alle mostre, al bisogno della ricchezza, quella che si vergogna, che vuol nascondersi, e non ci riesce in tutto, e diventa una tortura, una mortificazione di tutte l’ore, di tutti i minuti. — Un leggiero strato di polvere indica che da molti giorni la famiglia non è venuta nella sala: un ragno ha condotto i suoi fili dalla lumiera di cristallo alla candela di un doppiere, e corre sovr’essi trionfante; gli specchi si rimandano stupidi l’un l’altro l’immagine mostruosa, mai più veduta, dell’ospite nuovo, la moltiplicano all’infinito, come per dirsi che la desolazione è cominciata e che la distruzione è vicina; che il nemico il quale ha fatto screpolare quei muri, squassandoli di fuori, tanti anni fa, è alla porta, — sta per entrare.