Entrano Giacomo e Maurizio.

Il vecchio volge intorno uno sguardo di curiosità soddisfatta; poi, vedendo che Maurizio ha colle sue scarpaccie fangose lordato il tappeto,

— Somaro, — gli dice, — nettati le scarpe. Non sai che anche il vescovo su quell’uscio si levava la calotta che tiene fino in chiesa? e mostrava più rispetto per quei che stavano qui, che pei suoi santi? L’onore di penetrare fin qui non l’aveva che il conte Corsione, il marchese di Montafia, il conte di Castelleone, il marchese di Frinco, quello di Castellalfero... e tu dirai ch’io ci sono entrato... col cappello... in testa... da padrone!

Egli si rizza, con un prodigioso sforzo di volontà, sulla persona, e pare aver scosso dalle spalle curve una diecina d’anni; poi move due o tre passi, e viene a sedere nell’antico seggiolone damascato, con la civetta dei conti d’Ormeto nel mezzo alla spalliera; — chiude gli occhi, e mormora:

— Egli era qui.

— Chi? — domanda Maurizio un po’ stupito.

— Il conte Renato, il padre del conte Rinaldo.

— Quando?

— Settantasei anni fa: la sera del 6 gennaio 1782, sì, il giorno dell’Epifania... Quella sera io sono venuto qui per la prima ed unica volta... È una famosa storia, te la voglio contare:

— Il conte Renato aveva condotta a casa la sposa, una francese, con un nome più grosso del suo giudizio; l’accompagnavano signori e servi di tutti i colori; qui al castello era corte bandita: io era venuto ad aiutare lo stalliere... avevo undici anni. I parenti e gli amici condussero la sposa fin qui; io, curioso, mi cacciai in mezzo a loro; i corridoi erano scuri, i servi coi lumi andavano innanzi agli sposi; entrai, non visto, e mi nascosi, per vedere la sposa, dietro quella scansia là. Poco dopo tutti salutarono ed uscirono: il conte Renato stringeva loro le mani sulla porta; io non ho osato farmi innanzi. Poi il conte chiuse gli usci a chiave, e rimasero soli gli sposi; sedettero al fuoco. Il conte, frusto pei vizi, aveva sonno, sbadigliava, la sposa aveva paura; trovava che il castello era melanconico. Io, che stavo a disagio, mi mossi e feci tremolare certi barattoli che stavano sulla scansia.