Il dottor Giulio è uso a fare ogni sera, quando il tempo è buono, due passi sulla spianata del castello.

Il cielo si è rasserenato verso il tramonto, ed è limpido e chiaro: l’aria è fredda, ma tranquilla. Giulio passeggia col capo chino sulla stradicciuola erbosa che taglia obliquamente l’altura in mezzo ai filari sull’area degli edifizi abbattuti, fino all’incontro d’un angolo del corpo di fabbrica superstite. Quivi alza gli occhi e guarda il muro lacerato, pieno di screpolature, per le quali è cresciuta l’erba e si sono arrampicati il luppolo ed il rovo. Poi corruga dolorosamente la fronte, si volta, e, come per cacciare un pensiero molesto, gitta uno sguardo sull’orizzonte, su quelle curve moltiformi, innumerevoli, che paiono ondate d’un mare burrascoso fatto immobile per incanto, ad un tratto: i campanili che emergono nelle creste hanno l’aspetto di fari spenti.

È uno spettacolo mirabile, fantastico. Qua e là spiccano sull’azzurro pallido del cielo profili neri, bizzarri come di scogli sgretolati dai marosi.

Erano i castelli di Corsione, di Mirabella, di Albereto, e sono adesso mucchi di rottami, sfasciumi di muri cadenti. Sotto, a mezza costa appaiono nell’ombra caseggiati vasti, bassi, quadrati, deformi: le case dei ricchi.

Giulio china ancora gli occhi a terra; ritorna verso la casa della defunta contessa, e volge un altro sguardo al muro screpolato, pendente visibilmente infuori: pare abbia a crollargli addosso da un momento all’altro.

Rifà nuovamente la strada sino al ciglio della spianata; al suo piede si stende il villaggio d’Ormeto, come un’esse allungata: quante case! e chi porta il nome d’Ormeto non ha più una spanna di tetto!

Giulio continua la sua passeggiata innanzi indietro.

Dall’angolo del castello la stradicciuola rasenta, a sinistra, il giardino e scende alla cascina nuova, quella che suo nonno ha fatta edificare da circa quindici anni. Dopo molte giravolte, Giulio s’accosta alla chiudenda del giardino e guarda là dentro: sono ancora due brevi tronchi di viale ombreggiati da alberi centenari e in mezzo a quelli alcuni sedili di pietra; fra l’uno e l’altro albero vi sono siepi di mortella e macchie di arbusti.

A quindici anni, quando al collegio leggeva i primi romanzi, egli pensava a quel povero lembo di parco gentilizio, vi collocava le scene dei suoi libri favoriti, e la notte sognava vagare egli stesso nell’ombra di quegli alberi, al chiaro di luna, nel silenzio della campagna, solo con una damina al braccio, la sua damina, una contessa per lo meno, la regina dei suoi pensieri di collegiale, col lungo strascico di seta, con le mani bianche e le maniere aristocratiche, e di sedere su di uno di quei sedili: e la mattina svegliandosi avrebbe volentieri ceduto tutti i poderi della sua famiglia a chi gli avesse potuto far vero quel sogno.

Sogni di adolescente, da un pezzo svaniti! — Proprio svaniti del tutto?