— Massime in questi momenti, — prorompe Pasquale, — essa non sta bene...

— Pretesti, — borbotta Giacomo fra i denti.

— A voi cosa fa... giorno più, giorno meno...

— Ho detto... ventiquattro ore.

Pasquale resta là confuso, sbalordito, come un condannato a cui hanno letto la sentenza; che vorrebbe protestare, e vede ch’è inutile il farlo, e non sa capacitarsene.

— Hai inteso? — riprende il vecchio imperiosamente, dopo qualche minuto di silenzio, e poi gli volta le spalle, con atto che significa: non seccarmi più, e vattene.

Pasquale si volge lentamente. Maurizio ride sempre, il Napoleone dell’orologio ha la sinistra nel cappotto, e coll’altro braccio gli intima anch’esso di uscire.

Egli esce, e quand’è fuori affretta il passo, come se il terreno gli scottasse i piedi. All’entrata del paese, incontra il suo ragazzo che correva alla sua volta; egli è già stato a casa, per dirgli che al castello è preso male alla contessina.

— Anche questa ci vuole, — geme Pasquale, e ritorna di trotto sulla strada percorsa.

VII.