— Dottore, mi dica subito che sto meglio, se no glielo dico io.

Giulio osserva che stavolta il braccio della contessina è chiuso in una manica di battista fina, benchè un po’ logora.

IX.

Egli si siede e conversa una mezz’ora con lei. Nei discorsi della contessina le nubi della malinconia si squarciano qua e là e compare qualche fugace lembo di azzurro. — La convalescenza è sempre una primavera, e, — quando si hanno vent’anni, — una festa, un ineffabile tripudio della vitalità entro le fibre, che invade a poco a poco lo spirito e lo riempie di gioia.

La contessina è sinceramente mortificata di non sentirsi afflitta come le pare di dover essere, e fa di tutto per spegnere le liete vibrazioni che il suo cuore manda al suo cervello: ma non sempre ci riesce: i moti del cuore si ribellano di quando in quando e la vittoria rimane a loro; — però è una vittoria fugace che il dolore sincero arriva ad imbrigliare in tempo.

Prima che il dottore sorta, vedendo che egli la saluta con gravità maggiore dell’altre volte, gli domanda con sollecitudine:

— Tornerà a vedermi?

— Stassera sì.

— E domani?

— Domani spero che lei non avrà più bisogno dell’opera mia.