— Perchè dice disgrazia?

— Creda, è proprio così: ho notato che tutti i nostri amici sono stati sventurati, mentre quelli che ci hanno fatto del male, oh quelli hanno prosperato...

Queste parole dette così innocentemente, senza intenzione, feriscono il dottore; la contessina se ne accorge, se ne adonta, e tutti e due restano impacciati.

Giulio s’alza poco dopo, raccomanda le sue prescrizioni e prende congedo.

La contessina Maria, tratto fuori in fretta un braccio di sotto la coltre, gli porge con gentile franchezza la mano.

Il dottore la prende con la sua e gliela stringe con premura, quasi con riconoscenza; ed osserva involontariamente che quel candido e morbido braccio è coperto da una manica di tela grossa e bigia.

— Tornerò stasera, — egli dice.

— Grazie.

La sera ci ritorna difatti, e trova che la contessina è stata colta da una febbre ardente; egli le raccomanda il silenzio, la calma, fa un’ordinazione ed esce. Nello stesso modo succedono le due visite del domani e quelle del posdomani. La malata lo accoglie con un sorriso, con un altro sorriso lo congeda; egli non fa che le interrogazioni strettamente necessarie. La febbre scema al mattino e ripiglia forza alla sera. Ma nel pomeriggio del terzo giorno continua a sminuire e nella mattina del quarto è scomparsa del tutto.

La contessina Maria accoglie il dottor Giulio con un sorriso più bello del solito, lo saluta con voce quasi gaia, e porgendogli il polso gli dice: