— Come?

Ma anche questa volta il dottore non risponde.

Poco alla volta il malumore di Giulio si fa contagioso, e s’apprende anche all’animo di lei. I loro colloqui riescono scuciti, qualche volta penosi. Tutti e due fanno spesso strane imprudenze; toccano inavvertitamente dei tasti scabrosi, stridenti, e allora, — è finita, — una sgraziata, irreparabile atonia insorge tra loro; — la conversazione langue, gli sforzi per rianimarla staccano altre note discordi: non si capiscono più, dicono l’opposto di quel che vogliono dire, e poi non sanno più dir nulla e succedono lunghi quarti d’ora di uggioso silenzio. Dopo una lunga e inutile scherma si separano molto malcontenti di sè stessi.

Una sera Giulio arriva mentre Maria sta scrivendo: egli è spiacente di essere venuto a frastornarla e vuole andarsene. Maria lo prega di rimanere; egli insiste per partire, essa insiste per indurlo a trattenersi e soggiunge che non permetterà mai ch’egli sorta così; poi, approfittando del suo esitare, accosta una poltrona al camino e, tirandolo pel braccio con dolce violenza:

— Si segga, suvvia, un pochino soltanto. Vuol far cerimonie qui — in casa sua?

Giulio, a queste parole, corruga involontariamente la fronte; essa se ne accorge, s’accorge di avere incespicato in un ginepraio e rimangono tutti e due confusi e senza parola.

Finalmente Maria si fa coraggio e dice:

— Se lei mi promette di restare, io finisco la mia lettera.

Giulio siede. Maria torna allo scrittoio; in due minuti ha finito, piega la lettera e comincia la soprascritta; ma si ferma a mezzo e si volta a Giulio.

— Sa lei l’indirizzo del marchese di Pamparato? in via Borgonuovo, numero nove o numero diciannove?