— Accetterei volontieri...

— Volontieri, ripetè Andrea, — ed anche un cappello.

Il conte chiamò il servo; gli ingiunse di condurli alla sua guardaroba e di dar loro quel che volevano.

Avuti i calzoni e il cappello, uscirono coll’incesso solenne di ambasciatori che hanno stabilito i preliminari di un trattato.

V.

Ma le cose non seguirono colla sollecitudine che il conte avrebbe desiderato. Nick lo teneva sulla corda; s’erano incontrate delle difficoltà; — la malattia di Suceawa, le usanze della loro gente, gli scrupoli di Dan, la lontananza; egli però inviava al balubassa dei messaggi continui, dei quali il conte faceva le spese.

Intanto l’accampamento invadeva il castello. Nick, sotto pretesto che sul poggetto delle quercie era esposto ai venti di tramontana, aveva trasportate le tende sullo spianato a fianco del portone.

Egli usava ed abusava della sua libertà d’ingresso; e il suo abuso serviva di titoli ai compagni. Egli veniva a tutte l’ore nello studio del conte, e raramente ne usciva a mani vote. In questo mentre la sua gente si ficcava nei cortili, nelle stalle; le donne irrompevano nelle cucine, gli uomini sui fienili, e i ragazzi nell’orto, nel giardino, dappertutto, mendicando, rubacchiando; umili, insolenti, beffardi; scacciati, ritornavano poco dopo alla preda, come i tafani.

Il maggiordomo era disperato, credeva d’impazzire. Qualche volta gli «sfuggiva» una qualche bastonata, o qualche pedata; ma il sollievo era poco in confronto del tormento. E gli bisognava usar prudenza, rispettare la volontà del padrone.

Il quale, più che mai infervorato nel suo progetto romanzesco, non vedeva nulla, non voleva sentir nulla, passava la giornata chiuso o galoppava per la campagna, ricamandolo coll’immaginazione di nuove delizie e di nuove finezze.