Il conte rispose:
— Voi Cihari sapete ciò ch’io voglio; ditelo a Dan e riferitemi le sue intenzioni.
Dan gli fe’ dire da Cihari che la cosa non era regolare: ma che avrebbe acconsentito a patto che egli facesse alla tribù i doni che si convenivano alla stirpe della fanciulla.
Suceawa si contorse gemendo, e saettò al conte un’occhiata di odio ineffabile.
Cihari enumerò poi le pretese del balubassa.
Intanto il vecchio lisciava i suoi lunghi baffi bianchi e scrutava, coll’avidità di un mercante, il volto del conte.
Questi accettò le condizioni senza discuterle, avrebbe pagato in danaro la dote di Luscià, regalato un cavallo al balubassa e un abito nuovo a tutti i suoi capi squadra.
Dan fe’ recare una tazza colma di acqua, fe’ bere il conte, v’intinse egli le labbra, poi la infranse. — Così la strana alleanza fu suggellata; — e servirono d’augurio i sordi gemiti di Suceawa.
VII.
Il conte Emanuele non fece mistero del suo matrimonio: si sapeva ch’egli era la caparbietà in persona; nessuno più di lui meritava quella taccia di matto che il popolo ha dato alla vecchia nobiltà piemontese.