Il solo marchese di Nomis, osò dargli qualche indiretto avvertimento.

Quando il conte, ch’era un po’ suo parente e faceva gran caso della sua amicizia, venne ad annunziargli il proprio divisamento, l’illustre naturalista non si mostrò nè stupito, nè spiacente. Ma dopo desinare, passeggiando con lui nel giardino prese due margherite, una doppia, l’altra selvatica; e mostrandole all’amico:

— Sono certamente della stessa famiglia, gli disse, la varietà non è che effetto della diversa coltura e del diverso alimento: ma il piantare le due pianticelle sulla stessa zolla non basterebbe ancora a far sparire una differenza di forme che rappresenta il lento lavorìo di chissà quanti secoli.

Il conte non disse nulla, si rannuvolò e poco dopo prese commiato.

VIII.

Le nozze si fecero il giorno di San Giovanni.

Un’ora prima della cerimonia il conte Emanuele venne a trovar Luscià nella casa lasciata dalla contessa alla nutrice Brigida, dove Luscià dimorava da una settimana attorniata da un piccolo esercito di sarte, di crestaie e di cucitrici.

— Luscià — le disse commosso — noi vivremo d’ora innanzi sempre insieme: tu sarai la mia signora; e così tu possa essere contenta nella mia vecchia casa com’io desidero. Io farò sempre il tuo volere, e tu che farai per me?

— Non so, rispose la giovinetta ingenuamente.

Allora lo sposo la prese per mano, e, con una gravità piena di tenerezza, le parlò lungamente degli obblighi e dei diritti della nuova condizione, di questi più che di quelli, delle sue premure più che delle sue esigenze; — accennò ai riguardi dovuti al suo grado, non chiese nulla per sè stesso. Egli non cercava il piacere, non chiedeva la felicità, voleva darla.