La giovinetta non disse nulla; seria, immobile, gli fissava in volto uno sguardo vago, meditabondo.

Comprese ella la sua devozione?

Al conte parve di sì.

Dopo la benedizione nuziale nella cappella del castello, il conte condusse la sposa nel suo appartamento.

Quivi Luscià spiegò tutto il suo corredo, le sue vesti, i suoi gioielli, e fatte entrare le donne della sua gente, quante ce ne capivano, indossò l’una dopo l’altra innanzi a loro tutte quelle meraviglie; segno visibile e più invidiato della sua fortuna.

Le zingare la contemplavano a mani giunte, scoppiavano in grida d’ammirazione, di religioso entusiasmo.

La birichina, la compagna delle loro corse vagabonde, che aveva diviso i loro cenci, con la quale si erano cento volte accapigliate — si trasfigurava per quello sfolgorìo di colori e di splendori in qualcosa di rispettabile, di adorabile.

Al pranzo non assistettero che il sindaco e il dottore; i due testimoni del matrimonio. Il conte aveva pregato Dan di venire, ma egli preferì rimanersene re nella propria tenda: solo richiese un’enorme quantità di provvigioni per banchettar la sua gente.

Le nozze, malgrado l’assenza della nobiltà, cui la casa di Peveragno apparteneva, furono festeggiate in modo straordinario, colla munificenza rozza e strepitosa delle leggende orientali e delle saghe scandinave, compresi i banchetti colossali senza fine e le baruffe, gli alterchi di razza fra i paesani e gli ospiti.

Tutte le sparse squadre della tribù erano venute a raccogliersi intorno al loro vecchio capo. V’erano gli uomini di Cihari, quelli di Andrea, quelli di Gurka, di Barbà. Dal castello alle case del paese, fra i castagneti, ai due lati della strada, era tutto un accampamento; un vero e grande villaggio di tende, un formicolìo lurido e pittoresco, una gozzoviglia vivace, clamorosa, sterminata.