Dan convitò tutti i capi famiglia a San Nazario: i giovani, le donne, i ragazzi mangiarono, sdraiati sull’erba sui margini della strada, sparpagliati per la china a gruppi, a capannelli intorno alle marmitte, alle cucine, ai fornelli improvvisati.

Dopo il vespro gli sposi discesero al Ronco di San Nazario.

Luscià col suo abito di raso bianco a pagliuzze d’oro era sfolgorante, tutti i romes si alzarono per renderle omaggio. Il solo Nick rimase fermo sull’erba, col bicchiere fra le labbra: i suoi denti stritolarono il cristallo. Nessuno guardò il conte; appena Dan si degnò fargli dire da Cihari che il vino datogli era cattivo.

I capi si accosciarono di nuovo sull’erba e Luscià presentò loro la coppa del buon pronostico; ciascuno beveva e le faceva ad alta voce un augurio.

Quando venne la sua volta, Nick aggiunse al saluto d’obbligo alcune parole smozzicate fra i denti. La giovane balenò; uno spruzzo di vino cadde sulla sua veste nuziale e le fe’ una piccola macchia sanguigna.

Il giro, cominciato da Dan, si chiuse con lui: egli bevette il primo e tornò a bere per l’ultimo: egli aggiunse stavolta al complimento una piccola monetuzza d’argento che gettò nella coppa.

Ma Luscià notò che al suo fianco era vuoto il posto di Suceawa, il quale, come figlio del balubassa, aveva diritto di assidersi alla mensa d’onore.

Le libazioni più frequenti e numerose scomposero la gravità dell’assemblea. Luscià si scostò dal circolo: aveva visto Suceawa disteso al sole in mezzo al prato. Gli si avvicinò. L’infelice si dibatteva sotto il brivido della febbre.

Lo chiamò per nome carezzevolmente; e gli offerse la coppa che aveva riempita per lui.

Egli si voltò, la guardò stupita un momento: poi prese la coppa, vi accostò le labbra, — ma tosto la gettò come gli scottasse le labbra, e si ravvoltolò con un rantolo angoscioso sul terreno.