Luscià si chinò; gli prese la fronte tra le mani, e cominciò a parlargli: egli singhiozzava. Ma ad un tratto si adombrò, si contorse di nuovo, la respinse.
Ella tornò al Ronco.
Il convito era finito; l’orgia cominciava.
Nuovo vino era venuto dal castello, e questa volta Dan s’era degnato d’invitare il conte a sedere al suo fianco.
Il conte lo interrogava sugli antichi ricordi, sulle credenze, sulle sciagure della sua razza, e il vecchio giudice gli rispondeva:
— Le nostre donne pregano tutti i dewol della terra, e ciò non mi ha mai fruttato un solo para: l’importante è aver molti cavalli e che siano sani; ma tutti oramai chiudono i prati alle puledre dei romes, e l’erba dei fossi è insalubre.
Le più giovani della tribù danzavano il tanàna. Accosciate in semicerchio dicontro al capo, dondolavano a cadenza la persona tutte insieme, come steli di fiori ripiegati dalla brezza; il tuono lamentevole, dolce del moscalu, simile a quello di un’antica zampogna, accompagnava quei moti di una mistica malinconia.
Poi una si alzava, veniva innanzi e cominciava a girare con atto cauto e voluttuoso sulla punta de’ piedi; e la voce flautina dei naiu subentrava a quella della zampogna.
Poi anche il naiu taceva; dalle nove corde di una cobza scattavano strida acute, fieri accordi passionati, e un’altra danzatrice si lanciava nel mezzo e girellava vorticosamente, battendo le nacchere con frenesia d’ossessa, finchè cadeva sfinita.
Finalmente tutte l’altre s’alzavano e intrecciavano le mani, girando in cerchio da destra a manca e da manca a destra, come il coro greco. Poi la danza, composta ancora, diventava voluttuosa, poi concitata, furiosa, col frastuono e i contorcimenti di un trescone sfrenato.