La luna, vagando sopra le risaie della sottoposta pianura, dava alla scena il fantastico sfondo di qualche remota palude del Gange.

IX.

Il conte passeggiava solo nel parco.

La notte era oscura, i fuochi innumerevoli gittavano bagliori strani fra gli alberi; le danze e i canti continuavano, e la baldoria cresceva.

Il conte contemplava con una triste dolcezza il singolare spettacolo, e s’abbandonava alle utopie della sua magnanima generazione. Il suo cuore si faceva vasto per comprendervi tutto il genere umano, per stringerlo in una sola tenerezza.

Intanto avveniva nel castello una scena singolare. Luscià s’era ritirata con Nad nella camera nuziale; dritta davanti ai grandi specchi delle pareti si guardava con vivo piacere, mentre la vecchia la spogliava. I vezzi della bella persona spiccavano a poco a poco da quel gran viluppo di mussole, di pizzi, di trine candidissime, che le si ammucchiavano al suolo.

Ad un tratto, dietro a lei, spuntò un ceffo beffardo con due occhi scintillanti. Era Nick che usciva di dietro le cortine della finestra e si accostava alle sue spalle. Mormorò alcune parole in zingaresco, e rise ferocemente.

La giovine non si mosse, chinò il capo sul seno seminudo in atto di sommessione.

Nick ordinò alla vecchia di mettersi alla porta; ella obbedì senza fiatare, si sedette sulla soglia e accoccolò la testa sulle ginocchia. Ella udì di là le risa sarcastiche, le rampogne di Nick, i sospiri, i gemiti, i lamenti di Luscià. Ma il pensiero d’intromettersi non le venne nemmanco. E quando egli fu uscito ella riordinò, premurosa, la stanza per farne sparire le traccie...

Il conte passeggiava ancora in giardino e sognava ad occhi aperti e fantasticava della riconciliazione delle umane stirpi, della confederazione universale, tutte cose che erano di moda nella filosofia sociale di allora.