Un pio sentimento l’attirò verso la fanciulla, — e le si affezionò poi per stravaganza.

Curioso il come s’incontrarono.

Il conte la sorprese un giorno ginocchioni, davanti al ritratto di sua madre, che pregava fervidamente, come davanti ad un’immagine sacra.

Gli zingari di Nick avevano posto le tende in un prato sotto il giardino del castello, e Luscià colla indiscrezione soppiattona della sua gente, penetrata per una breccia del bastione, attraversato il boschetto dei nocciuoli, costeggiato il viale degli olmi dietro l’alta siepe di mortella, era sbucata innanzi alla casa. Salita la scala esterna e trovata la porta aperta, per il salotto d’estate e lo stanzino di toeletta, s’era spinta fin nella camera della fu contessa Adelaide.

La divota cura della famiglia dava a quel luogo, disabitato da oltre venti anni, un aspetto di melanconia soave e di religioso raccoglimento. L’ordine scrupoloso, la severità pomposa degli arredi, i damaschi rossi a fogliami d’argento delle pareti, la luce rossa che, trapelando dalle tende seriche, digradava in una colorita penombra; — un sentore di rinchiuso, un leggero, un misterioso profumo, un alito di freschezza come di chiesa, il silenzio profondo avevano piegato a súbita reverenza la curiosità petulante della fanciulla. Crescevano l’illusione le cortine dell’alcova socchiuse, come quelle di un santuario, fra cui luccicavano nell’ombra dorature invisibili; un candelabro di bronzo che sosteneva un alto cero pasquale miniato, un piccolo reliquiario d’ebano intarsiato d’avorio, un prezioso acquasantino d’alabastro sul quale s’incrociavano un ramo d’ulivo e una palma trecciata; l’alto inginocchiatoio coi cuscini di velluto e un gran libro di preghiere aperto sul davanzale.

Il piano del camino ricoperto di velluto cremisi, ricamato coll’insegne della casa, somigliava un piccolo altarino, onde, fiancheggiato da due candelieri d’oro e da due vasi di alabastro pieni di rose, s’ergeva, vero nume del luogo, oggetto di tutto quel culto, il ritratto a persona intera della contessa al tempo delle nozze.

Il suo sfarzoso abito di corte, di raso bianco a mazzolini di fiori, tutto nastri e gale; la sua alta pettinatura ad ala di colombo, gettavano in mezzo a quell’austera armonia di colori, delle note acute, profane. Ma la zingarella non era troppo schizzinosa; nelle sue migrazioni dal Volga al Manzanare aveva visto santi e madonne conciate in tante foggie che il suo sentimento religioso non si sgomentava così di leggieri.

Poi quel volto giovanile, più fanciulla che donna, bianco, delicato, nobile, fra il mesto e il sorridente, ispirava insieme il rispetto e la simpatia, temperava la fredda rigidezza del luogo, ravvivava l’aria morta, ne raddolciva l’impressione.

A Luscià era parsa la Vergine senz’altro e le faceva le proprie divozioni.

Il conte, nascosto dietro l’arazzo della porta, ascoltò quella strana preghiera in un linguaggio ignoto, armonioso; contemplò quella personcina bizzarra, pittorescamente cenciosa, quel visino dal profilo regolare, purissimo, della razza indostanica, bruno, pallido, lumeggiato dai riflessi dei damaschi di tinte calde, sfumate, quasi trasparenze alabastrine di un intimo fervore, di una passione intensa, — fu tocco di quella pietà ingenua, sincera, irrequieta, tutta vivacità spontanea e stravaganze leggiadre.