La giovinetta pareva presa da una grande commozione; si agitava, rizzava la persona, levava la testa, poi la piegava, quasi sopraffatta dalla piena dell’affetto, curvava la fronte sino a terra, sulle tavole lustre del pavimento, si stringeva la fronte, si picchiava il petto, si copriva gli occhi colle palme, incrociava le braccia, le alzava distese, le lasciava ricader penzoloni; somigliava una statua, somigliava una delirante, un’addolorata coi coltelli nel cuore; il suo sguardo prendeva tutte le espressioni dall’afflizione al tripudio, dallo sconforto alla speranza, tremava, si velava, era timido, era temerario, era compunto, era quasi irriverente; e la sua voce anch’essa saliva, scendeva, si smorzava in toni di una varietà infinita, diventava gutturale, profonda, rauca, poi aperta, poi sonora, acuta, argentina, lenta; si faceva concitata, poi fioca di nuovo, supplichevole, dolce, e pareva, secondo i momenti, preghiera, inno, lamento, singhiozzo, rampogna; tremula di tenerezza, di desiderio, piena di grazia, di vezzi infantili, di accenti caratteristici, originali, efficaci...

Quando ella fu uscita, il conte prese il suo posto e pianse. Quella voce singolare lo avea tutto rimescolato, gli aveva resuscitato nell’animo i sentimenti di fanciullo, l’amore di sua madre, l’angoscie d’averla perduta.

Da molti anni la sua vita non era che un fastidioso accumularsi di tedio; esigliato dalla corte, rimosso dagli affari, dall’esercito, per aver preso parte al sogno sublime di una certa notte di marzo al palazzo Carignano; sdegnoso di rientrarvi per la porticina della grazia, ora che, per l’avvenimento al trono del regale suo complice gli pareva di aver diritto a quella gran porta d’onore; tenuto lontano dal suo posto più dalla diffidenza propria che di quella che ispirava — egli non aveva vissuto — ma passato il suo tempo. I giorni lenti, monotoni, tristi, erano discesi l’un dopo l’altro nel suo spirito, come cade la goccia nell’acqua morta della cisterna abbandonata in mezzo al deserto. Non li aveva contati, li aveva lasciati scorrere senz’altra speranza che quella di vederli terminare una volta. Gli parevano innumerevoli; si credeva in buona fede decrepito a trentacinque anni...

II.

Luscià tornò nei dì seguenti.

Il conte spiava il suo passo leggero, la sentiva venire di lontano, distingueva fra i mille rumori della campagna il fruscio ch’ella faceva nelle frasche dei noccioli e delle mortelle. Era un soffio di vita che veniva a lui, a riscuoterlo dal travaglioso torpore della sua noia.

La sua giornata aveva oramai un punto luminoso, una mezz’ora di beatitudine; e lo seguiva una dolcezza sempre maggiore, sempre più lunga, che a poco a poco invadeva le tristissime meditazioni, compenetrava la sua solitudine.

Del resto egli non era invaghito di lei; appena ricordava i suoi lineamenti; non s’era mai chiesto, se fosse bella. Non la guardava, non la desiderava, la sentiva; e come qualcosa di sacro, di soprannaturale. Ella veniva in nome di un sentimento augusto; era quasi la personificazione della sua pietà figliale.

Erano due adorazioni che s’incontravano.

E finalmente una volta egli uscì dal suo nascondiglio, — si fe’ innanzi lento, riguardoso e venne a porsi alla sua destra sull’inginocchiatoio stemmato.