La giovinetta dapprima non lo avvertì quasi, gli diè appena un’occhiata distratta e indifferente, come si fa in chiesa con un ignoto che sopraggiunge.
Ma poi cominciò a guardarlo con curiosità, e subitamente fatta accorta del luogo dov’era, si alzò ed uscì frettolosa.
Il conte la seguì.
Ella si cacciò nelle macchie del parco; sgattaiolò nel più fitto dei rami incatricchiati senza far più rumore di un lepratto che fugge. Appena un leggiero ondeggiamento di fratte indicava il suo passaggio; qualche volta anche questo cessava, ella sembrava sparita sotto terra; ma il fruscio incominciava a una ventina di passi più in là.
Il conte le tenne dietro per svolte e sentieruoli; avrebbe voluto chiamarla, ma non sapeva come; la inseguiva per rassicurarla.
Questa caccia singolare durò più d’un quarto d’ora.
Il conte era arrivato al muro di cinta; aveva perduta la pesta; la zingarella era forse uscita da una delle numerose breccie del bastione. Si buttò disteso sopra un cespuglio di felci, tutto vergognoso di averla lasciata scappare, pensando ch’ella non sarebbe più tornata; si rammaricava della propria balordaggine, quando la fanciulla venne improvvisamente a passargli dappresso.
Il conte balzò in piedi, ed ella, come selvaggina sorpresa, si fermò di botto. Lo guatava cogli occhioni spalancati con una selvatichezza fra lo spaurito e il malizioso.
— Perchè scappate, figliuola? le domandò con dolcezza il conte.
Ella non rispose.