Antonio, il fabbriciere dell’Annunziata, aggiunse che, oltre a tutto il resto, quella genìa dava, al paese, un tristissimo esempio.
— Le loro donne sono tutte di quelle, smaliziano i ragazzi e li spingono a rubare; poco più che si vada innanzi, anche i nostri servitori diventano zingari.
Il conte promise di contentarli; anch’egli cominciava ad essere impensierito.
Luscià, cangiando stato, non aveva punto cangiato modi e gusti; ella era continuamente fra le loro tende a far pompa degli abiti nuovi; tornando a casa, ella si tirava dietro, fin nella sua camera, una infezione di donne e di ragazzi, e giocava, con indiscrezione infantile, con loro tutto il giorno.
Con quella compagnia, ogni disegno di educazione diveniva impossibile.
Il conte aveva tentato di parlarle della diversità della sua condizione, ella non capiva.
Una volta ch’egli insistette, rispose francamente:
— Sono i miei compagni; abbiamo sempre vissuto insieme, mi hanno dato il loro pane, mi hanno tenuta sotto la loro tenda; perchè non dovrei più vederli? non mi hanno fatto male.
Il conte s’arrabbiava, non si raccapezzava, non era per questo verso ch’egli la voleva prendere, non era la superbia ch’egli voleva insegnarle, no davvero, le sue idee d’umanitario ci si opponevano, non si trattava che del riserbo; ma come farle comprendere la differenza?
Sconfitto alla prima, egli finiva sempre col darle ragione — col concederle tutti i capricci, ed arrivava sino a prevenirli.