La cosa era però giunta ad un punto che egli non fu malcontento di essere costretto a finirla.
Prese una risoluzione, chiamò Dan, gli accordò tutto ciò che volle, e lo indusse a partire l’indomani colla sua gente.
A Luscià non disse nulla; per evitarle le scene penose dell’addio, e per sottrarla alle plebee indiscrezioni degli zingari, la trattenne, quella sera, di discendere alle tende.
La portò con sè, in carrozza, a fare un lungo giro; per via cercò di prepararla, indirettamente, al distacco, che le disse esser vicino, ma inevitabile.
Ella trasalì, non fece una sola lagnanza, non mostrò alcun rincrescimento.
Tornarono a notte inoltrata. Passando presso al Ronco di San Nazario, volse uno sguardo malinconico alla tenda del balubassa. Una lagrima scese a rigarle la guancia. Si udivano dei lamenti soffocati.
— È Suceawa, ella mormorò.
Il conte si pentì di non averla avvertita; ma oramai era troppo tardi. L’accampamento era immerso nel sonno.
La ricondusse nel suo appartamento. Licenziò la cameriera, la spogliò egli stesso, come una bambina.
Poi sedette al capezzale.