La campagna dormiva e russava nel canto vasto dei grilli e delle cavallette; appena impallidivano alcune stelle in scialbo orliccio, che profilava i ciglioni oltre la Sesia.
L’astro di Venere, al confine dell’orizzonte, ammiccava maliziosamente all’apparente quiete delle tende e a cento mani solerti, affaccendate all’ultime prede sulla collina di Peveragno.
Poco dopo il pianeta si tuffava nell’ombra dei boschi, e, come ad un segnale, gli accampamenti si ridestavano. Le tende si ripiegavano in fretta nei carri stipati di cenci, di sciarpe, di donne, di bambini, si disponevano in fila, scendevano sulla strada; la marcia si ordinava rapida, silenziosa.
Quando, verso l’alba, il conte si affacciò alla finestra della torre, la carovana era lontana parecchie miglia, si svolgeva come un lungo serpente nella pianura, si tuffava nei vapori densi delle risaie, spariva. Il torrente del destino aveva ripreso il suo limo.
Unica traccia della loro dimora, le cime scalvate dei colli, simili a lembi di deserto e di barbarie caduti in mezzo ai colti. Come dopo un temporale, nei vigneti e nei campi, i contadini verificavano i danni lasciati da quel flagello umano, e sorgeva un coro d’imprecazioni, consueta espressione dell’odio che la razza, maledetta per un arcano peccato originale, suscita sul suo cammino.
Il conte Emanuele, triste, oppresso dal pensiero di quella infinita sciagura, discese nell’appartamento di Luscià, povera rondinella che lo scirocco del destino aveva buttato sotto il suo antico tetto feudale...
Trovò la camera vuota: Luscià era scomparsa, portando seco le sue gioie e il suo abito da sposa.
Egli non smaniò, non fe’ ricerche; chiuse nell’anima questo disinganno cogli altri, e si rassegnò a portarlo.
Ma la sera, verso l’imbrunire, sotto il viale del parco, gli si presentò Nick, e indicandole Luscià che lo seguiva per mano di Nad, gli disse con uno scaltro sorriso: